Qualcuno va, qualcuno resta.

La vita ha le sue fermate e qualcuno scende, qualcuno sale.
Ogni tanto si ha la sensazione di rimanere in apnea, assenza di aria nei polmoni, meno ossigeno nel cervello e meno nitidezza nelle riflessioni.
I ragionamenti, sfocati, non vanno di pari passo con le sensazioni e i conti non tornano.
Un bel punto di domanda alla fine di una frase.
La sinapsi, così, non svolge più il proprio lavoro egregiamente.
Ci concediamo a spiccioli di eternità, credendo fermamente in un’immortalità tangibile tanto quanto la tastiera che mi aiuta a comporre questo post. Chissà qual è il processo che lo permette: forse quando si ha paura di qualcosa si tende a deviarlo dalla nostra ottica per convincerci dell’esatto contrario.
Piuttosto che affrontare una paura, d’altronde, è più facile negare che questa esista.
Mentire a se stessi non è una soluzione.
Salendo le scale della metro, il cielo che si intravedeva era così nero che immobilizzava, non capivo se sarebbe stato meglio restare al riparo o affrontare la strada e l’eventuale pioggia.
L’incertezza.
Non mi piace il tuo sorriso, ad esempio, amo però la vaga tristezza di labbra strette che mostri, di chi è già stanco, nonostante si trovi soltanto agli inizi.
Mi faceva male l’intento distruttivo che imponeva ogni volta, fatto di parole che non sapeva calibrare, quasi che il suo vocabolario fosse ridotto all’osso, inadatto alle occasioni.
Oggi fa sorridere, si trattava soltanto di paura.
Qualcuno va, qualcuno resta.
La vita ha le sue fermate e qualcuno scende, qualcuno sale.
Tu cosa farai?

Touch me: take me to that other place;
teach me: I know I’m not a hopeless case
(U2 – Beautiful day)

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