Piazza della Repubblica,

un latte macchiato ed un cornetto appena sfornato. Un ultimo svogliato vento si porta via le nuvole e disinteressato sfoglia pure una rivista lasciata priva di tutela dal tavolino accanto.
Ci sorrido un po’.
Nonostante non sia la prima volta, è ancora strano avere tra le mani un libro che è stato scritto da me, che ha un senso – al di là della trama – che posso comprendere soltanto io. Non per il valore in sé, ci mancherebbe – magari vi piacerà meno del primo – ma perché conosco a menadito l’impegno che ha richiesto per essere realizzato, i giorni e le notti vissute per infilare ogni parola che lo compone.
Orgoglio e fatica.
Si lasciano a metà molte cose, anche io – in più occasioni – non sono stato quel miracolo di volontà e determinazione che avrei voluto, tuttavia andando avanti ho cambiato registro e la tenacia mi ha ripagato. Sempre.
Ci sono momenti di scoramento in qualsiasi ambito, ma riuscire a superare l’impasse, porta a nuove evoluzioni e chissà, nuove fortune. Dipende tutto da noi.
Il destino è l’ancora di salvezza per chi ha paura di vivere.
Chi si rassegna agli eventi ha scelto di non scegliere.
Sono passato alla posta prima, sapevo che quando sarebbe arrivato saresti stata una delle prime persone alle quali mi sarei prodigato per farlo avere. D’altronde c’è anche di te in queste pagine. Forse avrei voluto che riuscissimo a trovare il modo di avere un dialogo o, forse, semplicemente che non riuscissimo a fare a meno l’uno dell’altra, ma c’è stata troppa competizione fra noi e – probabilmente – è l’esito più naturale che possiamo chiedere.
Pensieri vanno e vengono, sfoglio una pagina a caso e una frase mi colpisce.

«Non c’eri e adesso ci sei…»

E chissà quanto che non conosco verrà a far capolino nei prossimi giorni, settimane, quanti incastri e coincidenze per quello che sarà.
L’unico dramma che vivo – come al solito – è il trascorrere del tempo e – soprattutto – quello che spreco malamente. Altra frase.

«E adesso che succede?»

Andiamo avanti, incollando i desideri alle sensazioni per non commettere ulteriori sbagli: il torto più grande che mi sono fatto in assoluto è stato quello di non ascoltarmi, e adesso sì, mi ascolto eccome.
Chiudo il libro, prendo in mano il telefono e leggo la prima recensione per il romanzo.

“Di un amore”: la frenesia dei sentimenti secondo Gianni D’Ambra

Un “girotondo” schnitzleriano calato nella realtà di oggi, nel concreto di un’Italia malinconica, sempre a corto di possibilità oltre che di denaro e di lavoro. “Mettere via”, “cancellare il passato”, andare “oltre il piacevole”: questi i propositi dei personaggi creati da Gianni D’Ambra, che nel suo romanzo “Di un amore” continua la sua personale saga dell’amore contemporaneo iniziata con il precedente “Tutto quello che resta”. “Di un amore” mette in scena i sentimenti come forze che sembrano avere ben poco di romantico, almeno quanto ammalianti sono le sue lusinghe iniziali. Attorno a Mattia e Chiara, una coppia che si è persa per non avere saputo andare oltre la passione fisica, ruota una serie di coetanei che in una spola malinconica e frenetica tra Milano e Roma esplorano il significato della parola “onestà” nella vita di coppia, nell’amicizia e fuori: ecco allora l’ansia sentimentale di Tiziana e Giada, che vedono passare gli anni tra brevi scintille di passione senza sostanza; il tormento morale di Gianluca, che pensa di non poter essere amato per via dei suoi problemi economici, fino a perdersi nel crimine; la dissociazione di Enrico, che al contrario di Gianluca non ha problemi di denaro ma come lui non sa come vivere. “Di un amore” è costruito con un’accuratezza quasi cinematografica, tutta al presente, accumulando brevi scene in cui ci si avvicina e ci si perde, spuntano continuamente nuovi pretendenti e bastano un’e-mail o una canzone a suscitare ricordi di un passato in gran parte idealizzato. Lo sguardo di D’Ambra è attento fino al dettaglio, quasi da entomologo, nel rendere l’aggirarsi continuo di Mattia e Chiara alla ricerca di chiarimenti, scuse, tenerezze; ma non c’è freddezza in questo sguardo, in questa sorta di “telecamera” narrativa che non molla nemmeno per un secondo i suoi personaggi. L’amore secondo D’Ambra ha qualcosa del gioco infantile, filtrato però dalla condizione adulta e dal peso della memoria, dalla consapevolezza della violenza e della morte incombente: la scrittura di Gianni D’Ambra si colloca lungo la “linea d’ombra” del mondo di oggi, nel quale sono gli anziani a doversi prendersi cura di figli adulti che nonostante i propri tentativi non riescono a staccarsi dall’adolescenza.

Ripongo il telefono: molte cose cambiano.

Prendimi, prova a prendermi
a bruciare le mie partenze adesso,
muoviti tra le rapide del mio vivere
con la mia esperienza,
provaci a raggiungermi
con il peso dei tuoi rimpianti addosso,
facile, troppo facile, giudicare e poi
non buttarsi in gioco mai.
Provaci a riemergere
da quei sogni che il tuo silenzio ha ucciso,
che ne sai dell’origine delle lacrime
se non ha mai pianto,
provaci a scommettere
che al traguardo tu non sarai secondo,
agile è quest’anima
non puoi vincerla non la puoi ingannare più:
prova a prendermi.
(Renato Zero – Prendimi)

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4 Responses to Piazza della Repubblica,

  1. nonconta says:

    Ce l’hai fatta un’altra volta Già.

  2. Gianni Gianni says:

    Pure tu! XD

  3. ale says:

    ciao gianni!!:):)
    stupenda questa recensione e stupendi i tuoi passaggi sull’affrontare le cose!!:) leggendo non si può fare a meno di pensare che davvero l’impegno ripaga! non vedo l’ora di leggerlo!
    se posso.. a chi lo hai dedicato?!:)
    buona giornata e buon dentista!:)

  4. Gianni Gianni says:

    Ciao Ale!
    Sì, a parte qualcosina sono con la recensione, e ovviamente, sono fermamente convinto che l’impegno ripaghi sempre 🙂
    Dai, ormai manca poco per leggerlo. L’ho dedicato a Follia, alla mia famiglia e a chi crede nelle mie potenzialità.
    Il dentista è andato, buona giornata a te!

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