Non accade spesso

di riproporvi un mio scritto, semplicemente perché per quanto attuale, lo avverto comunque distante, lontano dal presente che di volta in volta mi si para davanti, ma mentre sistemavo i vecchi post, inserendoli nuovamente, non ho potuto fare a meno di ricordare emozioni e sensazioni di quello che ho provato scrivendovi questo.

L’asfalto, le luci della Roma – Fiumicino, l’acceleratore da spremere, le altre macchine da superare. Luca accanto a me, cantava il ritornello di “Cosa vuoi che sia”. Pensavo agli intrecci delle nostre vite, a tutte quelle persone che ci sfiorano appena e domani, forse, saranno a malapena ricordo.
Guardavo con gli occhi, guardavo oltre la mia miopia. Guardavo dentro.
Cercavo emozioni che facevano parte di un tempo che non riavrò indietro, quando tutto quello che serviva era una carezza dai miei genitori.
Quando l’amore era un racconto dei grandi, del cinema, dei libri. Quando il sesso era solo una fantasia e non ne conoscevi l’odore, il sapore, la fatica e il piacere.
Quando il lavoro era un “chissà cosa farò da grande”. Quando il primo bacio era fare le prove con il cuscino.
Quando “mamma, sto con gli amici in cortile”. Quando quella notte avevo paura del buio e papà mi aveva lasciato la luce accesa.
Quando la scuola era solo un passatempo. Quando il mio migliore amico era un pallone.
Quando un sogno era chiedermi come sarei stato da adulto. Quando il giorno non mi volevo alzare e facevo finta di stare male e mamma non ci credeva ma lo stesso rinunciava di mandarmi a scuola.
Quando ho avuto i Lego più belli ad un Natale. Quando mi portavano a spasso i miei fratelli.
Quando questo presente era un miraggio. Quando non conoscevo il gusto amaro delle sigarette e non solo di quelle. Quando amare non era sinonimo di sacrificare. Quando non aveva senso sperare, bastava immaginare.
(Gianni D’Ambra – 24 Settembre 2007)

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