Il rumore della porta a scrigno che mia madre

apre ogni lunedì mattina è il segnale che devo alzarmi di corsa e filare in aeroporto. Minuti contati. Mi infilo nella doccia e mi soffermo a guardare il miscelatore quasi ipnotizzato. Nella scelta del bagnoschiuma da usare e dello shampoo, lo scroscio dell’acqua sulla testa mi riempie i timpani di suoni ovattati. Apro gli occhi, sotto l’acqua dopo averli strizzati forte. Sono sveglio, oggi si ricomincia. In tutto e per tutto. Un salto di corsa sul tappeto, un’asciugata veloce, i vestiti sulla sedia, l’odore del caffè dalla cucina. “Mi raccomando questi giorni” mi dice mia madre. Le sorrido, l’abbraccio, le dico di stare tranquilla che venerdì arriva presto, ma senza ansie questa volta. Scendo, il trolley nella mano, c’è papà sotto casa che mi aspetta nell’unica soddisfazione della settimana passata. Penserò solo più tardi che la soddisfazione sarebbe stata un’altra. Mi lascia il posto di guida, sono soddisfatto, la macchina è sempre un investimento a perdere, ma erano due anni che rimandavo e a due mesi, otto settimane, sessanta giorni dal mio rientro definitivo a Roma, non volevo più aspettare. Ci instradiamo e mio papà nel ruolo che gli sta stretto e comodo nello stesso tempo, prova ad avviare una conversazione relativa a quest’ultimo periodo al nord. “E’ tutto ok” gli rispondo, sorrido sereno, voglio prendere quel cazzo di aereo e lanciarmi in tutto quello che devo vivere. Si tranquillizza, valutiamo le caratteristiche della macchina assieme, l’aeroporto è vicino. Saliamo al check in, carta d’imbarco alla mano “io vado, ci sentiamo poi”, baci sulle guance da rituale e mi imbarco per il volo. Fottutissimo slot, l’aereo parte con mezz’ora di ritardo. E per la prima volta da quando ho ricominciato a prenderlo, sono così tranquillo che mi addormento per risvegliarmi ad un passo dall’atterraggio. A Milano l’aria è afosa e carica di corse accellerate di chi deve andare a lavoro. Anche io devo andarci e me lo ricorda bene il capo ufficio al telefono, peccato però che il traffico è insidioso, “che vuoi farci” gli dico e me la prendo con tutta calma specie quando sotto l’ufficio mi butto a far colazione. Salgo su, trovo in primissima fila Patrizia e Annamaria, subito dopo accorre Andrea che dopo una settimana di astinenza ed essersi fatto amichevolemente gli affari miei sul blog, non sa come prendermi. Pacche sulle spalle “allora come va?” Lo guardo, sincero, con lui mi viene spontaneo “voglio dire, poteva andare peggio no?” sorrido, sa già tutto, era inutile chiederlo, in fondo. Allora poi si avvicina e mi chiede di uscire stasera. Gli dico che ci penserò, che tutto sommato mi va e che posso lasciare altri bei ricordi da queste parti. Il lavoro è tanto, molte cose le hanno lasciate sulla mia scrivania, d’altronde è sempre così, aspettano me per organizzare. E così mi avventuro a vivere il tutto, il cellulare che squilla di messaggi ogni tre per due. Federica che non mi molla un secondo, Eleonora e Linda che mi cercano ma che tendo a distanziare un pochino. Va bene l’affetto ma certi comportamenti non mi tornano. Istinto, solo di questo voglio fidarmi. Mi sono rotto clamorosamente le palle di farmi problemi per gli altri, cedo il passo. La giornata vola, subito dopo lavoro corro in galleria alla Feltrinelli: non avevo più un cazzo da leggere, ho fatto scorta. Alla stazione delle Nord, solito abbonamento settimanale per Saronno. Rientro a casa che sembra trascinata fuori da una puntata della famiglia Addams. Sta bene così, non mi va per nulla, accendo lo scaldabagno, il computer e prima ancora che carichi lo sfondo l’ho già cambiato. Non si sa mai. Vado da Armando, lo saluto, ci aggiorniamo sugli ultimi avvenimenti, pizza veloce e poi rieccomi qui a scrivere queste righe. Nell’intanto messaggio con Michela e Federica. Son contento che quest’ultima oggi possa aver avuto l’occasione di riabbracciare Simone. So quanto ci tiene. Tra un tre quarti d’ora viene a prendermi Andrea, andiamo a Baggio a vedere un disco pub di un suo amico, quindi ora mi cambio veloce e lo vado ad aspettare giù che sto pure senza sigarette e vado al distributore. Stucchevole, se tirassi sempre fuori gli stessi ringraziamenti e allora oggi ringrazio me stesso. Perché sì le cazzate si fanno e i rimpianti pesano, ma ogni volta so rialzarmi e diventare migliore. Passo.

P.S. a giorni vi do il link con il “libro”. Sto considerando un attimo i nomi e se alcuni commenti è il caso di lasciarli così come un po’ di cose mie che avevano scritto. Ma alla fine probabilmente propenderò per lasciare tutto com’è.

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