Era come cercare di mettere

a fuoco un’area del campo visivo lasciata in disparte o alla quale non avevi dato importanza.
“Un altro trofeo da mettere in bacheca?”
La priorità non era nell’urgenza di risponderle, ma la domanda da porle: “perché?”
Non mi guardava e non parlava, camminava a pochi centimetri dal muro. Poi di colpo si era girata verso di me.
“E lei invece cos’era? Il palesamento del massimo amore che sai provare?”
Mi irritava.
Il suo fare domande covinta di conoscere già le risposte, toglieva fiato alle mie possibili parole.
“Non devo dimostrare nulla, nessun record da abbattere, nessun passato da omettere”.
Ma non mi ascoltava, aveva già un quadro fittizio e completo della situazione, nella considerazione univoca del suo solo punto di vista. La cosa che più mi infastidiva era che non lasciava nessuno spazio ad altre probabili interpretazioni, esisteva solo la sua realtà e nessuna maniera per obiettare.
A due passi della macchina si era girata ancora verso di me.

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