In un paese dove un contrattista a tempo determinato

viene identificato come la feccia della società, dove i politici si corrodono per il potere che hanno o non hanno, curando soltanto i propri interessi, allora, preferisco riporre il giornale e non leggerne di più. Preferisco pensare ad una maglietta sporca, nata e gettata per un amore, ad una cena preparata con attenzione certosina, seppure arrangiata sul momento, ad un casa che oggi sarà davvero mia, coronamento di un sogno durato mesi o forse anni, a degli amici che adoro e che non sempre capiscono e che pensano di sapere tutto, ad un lavoro che ora domanda indietro tutte le possibilità che ha offerto, a dei genitori che vengono da un’altra storia, a un cane che coi suoi silenzi sembra saperti ascoltare, al nuovo romanzo, alle nuove canzoni, a tutti sogni che devo ancora sognare e costruire.
Il tempo – nella sua inconsistenza – riesce a sorprendermi tuttora. Forse gli occhi del bambino non li ho persi del tutto e sono capace ad incantarmi ancora. È che sono stanco degli oratori che parlano tanto e poi nel pratico si perdono guardandosi le mani. Dei presunti maestri di vita che davanti alle difficoltà fanno spallucce e chiedono urgentemente aiuto. Di chi ha il culo coperto da papà e poi si professa di estrema sinistra. Di chi afferma quanto non può garantire, di chi rimpiange un gesto un attimo dopo averlo compiuto. Di chi se la tira perché hai offerto un po’ d’affetto. Di chi giura di esserci e poi ti ritrovi con un santino. Di chi per guadagnare qualche punto spala merda addosso agli altri. Di chi attacca per non essere attaccato. Di chi sottolinea i limiti altrui senza mai osservare i propri. Di chi ha bisogno di barare anche con se stesso e la sera se ne sta davanti a Youporn a tirarsi una sega.
Va tutto bene.

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