Il piede era una decina

o più di taglie in meno e con attenzione certosina, di naso arricciato all’insù e occhi non ancora miopi, misuravo il pavimento a passi lenti, quasi che conoscere il numero delle mattonelle che lo componevano avesse una concreta importanza.
Sono sempre stato così, attento conoscitore di dettagli ininfluenti, un osservatore sul davanzale che si sporge sulla strada della vita: io dovevo vedere, dovevo capire.
Ma non mi è mai bastato, io dovevo scendere, sentire, toccare.
Alcune sensazioni vanno al di là del concetto di giusto e sbagliato, dell’orgoglio, delle necessità, dei doveri personali. E queste sensazioni sono lì che ti guardano, scrutano e quasi ti deridono, dicendoti che qualunque cosa farai tu non potrai farne a meno. Che loro esistono, che sono più forti di te.
Ho preteso molto da me stesso, quali che fossero le condizioni, perché per quanto le cose accadano da sole, per quanto la vita a suo modo si incastri, ho sempre creduto che rimanere passivo davanti agli eventi fosse un torto che non potevo subire, che non meritavo, che non meritava nessuno.
Eppure, non sono riuscito ad intercedere su tutto, non come avevo pensato fosse corretto.
Razionalmente corretto.
Ci sono persone – rare – che ti entrano nel cuore e ti stravolgono, che qualunque cosa succeda rimangono dentro.
E queste persone sono una benedizione ed una maledizione, insieme.
Io ho te.
E qualche volta capitano notti come questa, all’ombra del buio che il buio permette, dove lancio una moneta in aria e quello che vorrei non è che mostri la faccia scoperta del lato sul quale dovrei puntare, ma che possa fregarmene perché stai venendo a prendermi.
E la moneta cade sul marciapiede e rimbomba e allora, con attenzione certosina, conto i ciottoli che compongono il marciapiede, a passi lenti, come se questo abbia importanza.

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