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Filosofeggiando

Ogni tanto i confronti con il passato sono necessari,

qualche altra inaspettati, in un’osmosi lenta eppure inesorabile. Una mattina come tante ti connetti a Facebook e trovi un messaggio che ti sbatte in faccia un passato che non ricordavi, non nella sua completezza almeno, in cui credevi che gli errori commessi fossero genuini e che le azioni intraprese – a loro volta – fossero state comprese. Non era andata così, quella volta. Avevo ferito, infierito, ero mancato e chissà, forse, avevo anche sbagliato. In realtà – come la giri la giri – non puoi tornare indietro a rimediare, tutto è – semplicemente – ora.
Non sono la distanza e il silenzio a fare un addio.
Ci sono le bugie, quelle che raccontiamo a noi stessi e agli altri, quelle che coprono le verità che non vogliamo ascoltare o che non vogliamo raccontare per il bisogno di apparire migliori, di uscirne meglio.
Giustificazioni, quante?
Prendersi le proprie responsabilità è un fardello che non vogliamo portare.
Rammenti l’ultima volta che non hai dovuto mentire per vivere?
E una luce opaca, filtrata, era quella che s’insidiava nelle pieghe di una coperta pronta all’inverno, nel tuo abbraccio sempre generoso, sempre disponibile, pure quando poi vuoi tenere il punto, testarda, orgogliosa, figlia di principi che condividi, ma che non servono.
E quella telefonata di un amico lontano sei anni che, nonostante il tempo passato, ha lo stesso calore di allora.
A volte la vita è come una troia che domanda il grande amore.

È un inizio settimana come tanti ce ne sono stati

e tanti ce ne saranno, con l’idea d’infinito che ci portiamo dietro per credere che sia tutto possibile, dimenticando il momento e affabulandoci nel pensiero del poi, tuttavia i momenti andrebbero vissuti con enfasi, assaporarli fino al nocciolo, spolparli, rompergli il culo.
Alcuni pensieri devono essere trattenuti, non esposti, glissati, perché viceversa potrebbero ferire, distruggere, allontanare; eppure quei pensieri limitati, lì, conservati, sono quanto di più sincero possediamo, sono la verità che per quieto vivere o che magari per paura facciamo finta di non avere. Non vuoi ferire un genitore, chi ti è accanto, un fratello, un amico.
Il tuo odore e la tua pelle sono indelebili, sono il motivo per cui sono stato capace di amarti, tempo o non tempo, e le cose finiscono pure quando – sicuro – dai per assodato il contrario. L’evoluzioni di evoluzioni che tutto si fottono.
È la vita, dicono.
Si fa in tempo giusto a guardare – distratti e arrabbiati – la tristezza e la disperazione di quei poveri diavoli che manifestano sfilando strade il diritto a quel lavoro che gli è stato sottratto con tanta superficialità.

Pensieri sparsi.

Credo esista della poesia nel calcio, come quello di corse nei campetti delle chiese, tra i cortili dei palazzi, fatto di divertimento e passione e non di milioni ed interessi; con i bambini che provano ad emulare le gesta dei più grandi davanti ad un pallone che è alto la metà di loro.
Credo che la speranza sia un fattore scomodo: a volte ho la sensazione che vogliano toglierci tutto, per renderci una sorta di automi controllati dal sistema come in quel vecchio e classico libro di Orwell.
Credo che la morte sia un ingiusto capolinea, ma da una parte mi rende felice sapere che nessuno potrà sfuggirle, nemmeno chi ha arrecato evidente danno.
A volte ho paura di niente, una paura più simile ad un dispiacere. È una sensazione che irrompe dentro senza motivi apparenti: la respiro, cerco di capirla e poi la lascio andare.
Delle diverse donne che ho avuto, credo di averne amate veramente poche con tutto me stesso e credo che alcune di loro non lo abbiano né meritato e né – tanto meno – compreso. È vero che siamo portati a desiderare quello che non possiamo avere, ma è altrettanto vero affermare che l’amore sia un’altra cosa.
Ho imparato che una donna non ti lascia mai se ha il culo scoperto, ma sempre e solo quando ha un’altra strada pronta o, almeno, un’altra voglia in mente.
Schemi scontanti che si assimilano vivendo.
Credo di essere felice, sinceramente, perché non ho mai improntato il mio benessere attraverso i gesti di chi mi è vicino, ma pianificando obiettivi e raggiungendoli a poco a poco.
Non credo tu mi abbia deluso, non ne avevi più i mezzi, ma avresti potuto davvero sorprendermi e questo sì, sarebbe stato davvero suggestivo.
Credo che sia una bella notte.

Filamenti di pensieri,

domande che si contrappongono a risposte, perché le risposte non sempre piacciono, non sempre sono in linea con i desideri stratificati giorno per giorno. Ogni volta un incontro, occhi sconosciuti ed occhi familiari. In sottofondo, quella vocina che ha sete di sapere.
Parlami di te, della tua vita, dei viaggi interiori che ti fai, dell’appagamento reale o fittizio che hai.
Quali scuse inventi per vivere la vita che vivi?
C’era un non so che di forzato nelle interazioni che ho portato avanti a lungo, come se dovessi adattarmi al ruolo, alla parte al contesto.
Ho imparato a dire basta.
Volevo qualcosa come tutti e lo volevo al di sopra di tutto, l’ho avuto, però mai fino in fondo. Ero costantemente lì, perseverante, a chiedermi se sarebbe stato opportuno sopportare ancora, oppure lasciare, dimenticare.
Ho una casa a forma d’uomo, in evoluzione, come ognuno dei pensieri che porto a spasso, ciononostante di spazio per le mie malinconie ce n’è in abbondanza, per le allegrie no, quelle sono tante di più, incredibilmente.
Chi pensava di aver capito, infine, non aveva capito nulla.
Avrei voluto trattenerlo, quel respiro. Quello dello sguardo che pare inchiodare il tempo, facendo sussultare il cuore.
Tutto è costretto a passare, volente o meno.
Anche noi.

A volte vorrei dormire

per un paio di cento anni, senza interruzioni, sogni, distrazioni. Così per ricaricare le batterie più velocemente, lasciare che la vita fuori accada e vedere cos’è successo soltanto al risveglio.
Non si può fare, ci sarà tempo per un’eternità di riposo, pure se sono nella fase del ripristino, quello che va tra un periodo impegnativo e un altro.
Montagne russe.
Un nuovo giorno in ufficio, un po’ di cose da sistemare, ma è soltanto sfondo.
Penso a te, a quando scendo, a quando arrivi e c’è quell’attimo d’incertezza prima della ripresa, come a dire “È tutto a posto?” e un istante dopo ci abbracciamo.
Penso a te, a quando bussi alla porta, a quando mi salti addosso e mi abbracci.
Penso a te, a quando finito il caffè, a quando compi il giro del muretto per venire a baciarmi.
Penso a te e sorrido, perché sei il pensiero bello, perché ti sento.
Penso a voi, alle storie che s’inerpicano nella mia storia, vite parallele fra vite parallele, con le risate e l’allegria qualche volta scolorata, di quando il destino s’impegna a togliere prima di ricominciare a dare.
Non è stato sempre facile esistere. Sentirmi dire “Guarda che hai fatto!” anche se spesso come eccezione positiva e poche come negativa.
Sono un buon alunno, imparo dai miei errori e quando sarà l’ultimo giorno, sono convinto me ne andrò con il massimo dei voti.
Ho finito di pagare per te.
Avevo scritto alcune cose ieri sera, ma so che pubblicandole avrei suscitato un’enormità di polemiche e non ho alcun desiderio di infilarmi in nuove guerre, non in questo presente almeno.
So bene cosa voglio e come lo voglio.
E mentre tu provi a rubarmi il ruolo di scrittore, psicologo e filosofo per i poveri, proseguo con il mio romanzo e ti lascio all’immagine che ieri ho visto aprendoti la porta.
Rido.