Se è vero che le foglie della regina delle Camelie sono le uniche in grado di alleggerire la fatica, confortare lo spirito e rafforzare la volontà, è questa la loro occasione per dimostrarlo. Le osservo disporsi sul fondo della tazza e mi sembra impossibile che mantengano tutto quello che l’etichetta promette. Guardo questi minuscoli frammenti bruni e penso che, in fondo, siamo come loro. Piccoli, confusi, schiacciati l’uno sull’altro a litigarci lo spazio di un coriandolo, come se, poi, facesse davvero differenza. Minuscole aste di un delicato gioco di Shanghai che non è possibile sfiorare senza provocare reazioni a catena di cui nessuno è in grado di prevedere le conseguenze. Ogni spostamento, ogni respiro, ogni parola, ogni gesto è una bomba di profondità che nessuno può dire dove e quando esploderà, ma è certo che nulla, poi, sarà più come prima. A volte penso che certi giochi non siano che la caricatura da tavolo dell’esistenza. Milioni di anni fa qualcuno li ha annidati nella mente dell’uomo e ha lasciato a lui il gusto di scoprirli e capire se hanno davvero un senso.
L’acqua passa sui frammenti di foglie come un’onda anomala su una megalopoli all’ora di punta. Nulla è più come prima. Lentamente le foglie si fanno bevanda e un profumo d’incenso sale. Porto la tazza alle labbra. Lascio che l’infuso scenda piano. Lo ospito a piccoli sorsi, facendo in modo che questo calore irreale si diffonda senza fretta. È una delle poche cose che mi avvicina alla sensazione di un tuo abbraccio, anche se, naturalmente, il paragone non regge. La miscela ha un retrogusto amaro, un vago sentore di rincospermo. Chissà perché mi ricorda alcuni brevi momenti di frescura al termine di lunghe notti d’agosto, quando salivo al bar dell’osservatorio ad ascoltare il respiro della città che ancora dormiva e mi chiedevo quali voci abitassero le case al di là dei platani, che radio ascoltasse chi guidava le poche macchine che tagliavano il lungofiume o che faccia indossasse chi sedeva negli autobus stanchi di quasi mattina. È a questo retrogusto che -quando l’aria si fa irrespirabile e né i libri, né i dischi, né la tua foto, né le mille cose delle quali mi sono circondato, riescono a contenere l’umore di finis terrae che mi pervade- affido un breve anelito di libertà. Poche parole, come un messaggio in una bottiglia lanciata tra le onde immaginarie di questo mare nero e muto che trattiene il fiato.
La vita è una catena di sincronie impossibili, che sale con l’andamento circolare di una spirale.
Così va avanti il suo viaggio. Ad ogni giro hai l’illusione di tornare nel punto in cui eri, ma è tutto cambiato e quello che c’era non c’è più.

(Claudio Baglioni – Diario del viaggiatore)

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