Lupo si è infilato sotto la scrivania.

Non lo fa spesso, ma il temporale estivo è arrivato senza preavviso e adesso i tuoni rimbombano tutto intorno, rimbalzano sulle finestre e fanno vibrare i vetri. Ogni volta alza gli occhi verso di me, cercando una conferma che non posso davvero dargli. Mi piacerebbe spiegargli che è soltanto un temporale. Che passerà. Che quel rumore enorme non significa necessariamente pericolo, ma non capirebbe le parole, così lascio scendere una mano e gli sfioro la testa, parlandogli a voce bassa.
Perché a volte la presenza è l’unica spiegazione possibile.
Fuori lampeggia ancora. Per una frazione di secondo il cortile scompare dentro un bagliore azzurro, ogni cosa acquista contorni precisissimi, poi il grigio ritorna come se niente fosse successo. Penso che ultimamente la vita abbia più o meno la stessa delicatezza spietata: illumina qualcosa senza chiederti se fossi pronto a vederlo e subito dopo ti lascia il compito di ricordarne la forma. Sposta le cose. Le persone, le convinzioni, persino certi giudizi che pensavi ormai sedimentati. Ciò che fino a ieri occupava una posizione precisa improvvisamente avanza, cambia prospettiva. E tu rimani lì a domandarti se sia cambiato davvero qualcosa oppure se sia soltanto la luce ad arrivare da un’angolazione diversa.
È sempre questa la parte che mi mette in difficoltà.
La verità è che abbiamo bisogno di definizioni. Servono per sopravvivere alla complessità. Giusto, sbagliato. Presente, assente. Finito, possibile. Colpevole, innocente. Mettiamo etichette sulle cose perché lasciarle senza nome significa accettare che possano ancora sorprenderci. E invece quasi niente coincide davvero con la definizione che gli avevamo assegnato.
Non significa assolvere, nemmeno giustificare. Alcune responsabilità rimangono tali, alcune distanze hanno avuto le loro ragioni e certi limiti, una volta imparati, sarebbe stupido dimenticarli.
Significa soltanto ammettere che il tempo ha una pessima abitudine: aggiunge dettagli quando avevamo già emesso la sentenza.
Non ho ancora capito cosa succeda nello spazio sottile tra il giusto e lo sbagliato. Chi sbaglia paga, d’accordo, ma qual è il peso esatto di un errore? Certe spalle curve non me le staccherò mai di dosso.
Un altro tuono scuote il tetto. Lupo non si muove da sotto la scrivania; Queeny, invece, dorme serena poco più in là. Lei ha tutto un altro modo di stare al mondo.
Ci sono cose che avevo spostato talmente lontano da non chiedermi più nemmeno dove fossero finite. Non cancellate: archiviate. Sistemate in quella parte della memoria dove conserviamo ciò che ha lasciato un segno e che, proprio per questo, abbiamo smesso di interrogare. Non perché non abbia più importanza, ma perché non tutte le domande continuano ad avere bisogno di una risposta.
Poi però, succede qualcosa che sembra minuscolo. Una coincidenza. Una parola. Un gesto. Una sensazione antica che attraversa per un istante qualcosa di completamente nuovo.
E ti riconosci.
Non necessariamente in una persona. A volte riconosci te stesso. Il modo in cui reagivi, una parte che credevi consumata, una familiarità con certe emozioni che il tempo aveva soltanto coperto di polvere.
Fa impressione. E, a essere sinceri, ritrovare una familiarità che pensavo di aver perso per sempre, mi tocca eccome.
Perché ci sono cose che non riprendono semplicemente da dove le avevi lasciate. Si presentano con più cautela, magari con qualche incertezza, ma conservano qualcosa che riconosci subito: il modo naturale in cui una voce ritrova spazio, una battuta arriva al momento giusto, una presenza smette di essere soltanto un ricordo e torna, apparentemente, a esserci davvero.
E quando succede, fingere che non significhi niente sarebbe un’altra forma di bugia.
Ho dovuto imparare, però, a non attribuire immediatamente una destinazione a tutto ciò che mi muove, d’altronde non ogni movimento indica una direzione.
Alcune cose conservano semplicemente una memoria indelebile. Come una strada percorsa centinaia di volte: puoi smettere di attraversarla per anni, ma se un giorno ci passi vicino il corpo ricorda ancora dove avresti dovuto girare. Sta a te decidere se farlo. Ed è tutta lì la differenza.
Nel frattempo la vita vera continua a reclamare la sua quota. Una tazza sporca sulla scrivania, messaggi a cui rispondere, pagine da finire, il lavoro, la casa, una cena da inventare, i cani da portare fuori appena il cielo smette di venire giù. Le responsabilità hanno una qualità spietata e preziosa: non se ne fanno niente delle nostre interpretazioni, chiedono solo di essere portate a termine. E forse sono proprio loro a impedirci di trasformare ogni emozione in una profezia.
Lupo è ancora qui sotto, ma adesso ha appoggiato il muso sulle zampe. Il temporale non è finito, ha solo capito che stiamo aspettando insieme.
È questo che mi rimane addosso: l’idea di aspettare senza decidere in anticipo cosa significhi quello che sta succedendo. Non tutto quello che arriva pretende una spiegazione immediata, e non tutto quello che se ne va merita una condanna. Qualche volta basta riconoscere che qualcosa si è mosso, che una distanza si è accorciata e che certe presenze, quando tornano a farsi sentire, meritano di non essere accolte con indifferenza.
Un altro lampo taglia la finestra. Per un istante illumina la scrivania, il pavimento, Lupo rannicchiato tra le mie gambe. Poi di nuovo il buio. Anche Queeny ha rizzato un orecchio.
Ogni cosa sembra rimasta al proprio posto.
O forse no.
Forse qualcosa si è spostato di pochi centimetri. Abbastanza da accorgermene, non abbastanza da capire dove andrà a cadere.
Tempo fa avrei iniziato subito a scavare per cercare una risposta, avrei misurato le distanze, interpretato le scosse.
Stavolta no.
Sfioro Lupo con la punta delle dita, torno alla pagina e aspetto.
Prima o poi la pioggia smette.

2 commenti su “Lupo si è infilato sotto la scrivania.”

  1. Come diceva il corvo…non può piovere per sempre… anche se a volte io penso che la pioggia faccia pulizia nell’aria e nelle nostre menti a volte in maniera irruente come un temporale mentre altre in maniera più lenta scivolando sui nostri pensieri… e si concordo abbiamo bisogno di definizioni.. che poi pensandoci bene le definizioni sono solo parole eppure non ci accontentiamo di vivere la sostanza ma vogliamo definirla come fecero Romeo e Giulietta con la parola rosa… però e’ vero le parole sono solo parole ma se io non inquadro all’interno di un qualcosa le cose mi viene l’ansia

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