Il silenzio è totale.

Il silenzio è totale. A malapena, dal salone, arriva un ronzio basso che potrebbe essere il respiro di Lupo. Non riesco nemmeno a distinguerlo davvero. L’unico suono certo è il clicchettio delle mie dita sulla tastiera, irregolare, interrotto ogni tanto da una pausa più lunga, come se anche le parole dovessero decidere da che parte stare.
Non so cosa sia stato questa volta. Un abbaglio, forse. Il riflesso di qualcosa che non esiste più, rimasto impigliato nella memoria abbastanza a lungo da sembrare ancora reale.
Succede.
Credi di riconoscere una luce e ti convinci che, per quanto fievole, debba provenire da qualcosa di tangibile.
Invece alcune luci arrivano da stelle già morte.
Le vediamo ancora soltanto perché hanno impiegato troppo tempo a raggiungerci.
Forse l’errore è stato quello.
No, non credere nelle persone, ma credere che potessero diventare ciò che avevamo bisogno che fossero.
Le persone cambiano, certo, ma non perché noi le abbiamo aspettate abbastanza e non perché abbiamo spiegato meglio, o perché abbiamo concesso un’altra possibilità.
Cambiano quando possono, quando vogliono, quando qualcosa dentro di loro diventa più forte della comodità di restare uguali.
E alcune non lo fanno. Tutto qui.
Così finiscono per deluderti nello stesso punto in cui ti avevano già ferito, con modalità diverse, ma con una precisione quasi geometrica. Non necessariamente perché siano cattive. Semplicemente perché continuano a essere fedeli alla propria natura mentre tu, nel frattempo, avevi creduto che ne stessero costruendo un’altra.
Il cursore lampeggia.
Mi fermo.
Dalla finestra il prato condominiale è completamente sgombro. Non intravedo nemmeno i gatti che normalmente attraversano il cortile con quell’aria arrogante da proprietari per diritto occupazione. c’è solo qualche luce accesa nei palazzi di fronte e il nero compatto della notte che si è preso tutto il resto.
Mi alzo e vado in cucina. Verso il mio liquore in un bicchiere preferito e bevo lentamente. Cerco ristoro in quella sensazione calda che scende e brucia l’esofago, come se un dolore controllabile potesse distrarre da quelli che non hanno una collocazione precisa. Funziona per pochi secondi.
È già qualcosa.
Non è colpa di nessuno.
O forse è una frase che diciamo quando non abbiamo nemmeno più l’esigenza di distribuire responsabilità.
La verità è che la delusione è figlia dell’aspettativa. L’aspettativa, quasi sempre, della speranza, ma anche questa è una genealogia troppo semplice, perché esistono aspettative che non abbiamo inventato da soli. Sono state nutrite. Accarezzate. Qualche volta persino richieste.
Ci sono persone che ti insegnano ad aspettarti qualcosa da loro e poi sembrano sorprendersi quando, un giorno, scoprono che hai finito per credergli davvero
È questo l’equivoco.
Non aver sperato troppo, ma aver confuso alcuni segnali con una promessa di continuità, scambiare l’idea con la realtà.
Il bicchiere vuoto sul tavolo. Torno davanti allo schermo e rileggo le ultime righe. Potrei continuare. Cercare spiegazioni, smontare comportamenti, attribuire significati, processare ancora una volta tutto quello che conosco ormai in maniera intellegibile nel tentativo di trovare la variabile sfuggita al calcolo.
Non serve però, perché conosco già il risultato.
Ci sono persone che resteranno per sempre nell’ambiguità relazionale. Non perché non le abbiamo capite, ma perché forse le abbiamo capite benissimo e abbiamo continuato, ostinatamente, a credere in quella parte che compariva soltanto ogni tanto. Quella migliore. Quella che ci faceva pensare che tutto il resto fosse un semplice incidente.
Poi arriva un momento in cui devi smettere di aspettare l’eccezione e cominciare a giudicare la regola.
Salvo il file.
Dall’altra stanza sento ancora quel rumore basso. Certo che è Lupo. Mi alzo, spengo le luci e lascio che la casa torni completamente al buio. Sul divano il cuscino conserva ancora un po’ del fresco di condizionatore a 24 fissi. Mi stendo un attimo e chiudo gli occhi.
Non sono arrabbiato. Nemmeno triste nel modo in cui pensavo.
Sono stanco di aspettarmi finali diversi da storie che conosco già.
E forse certe delusioni servono proprio a questo: non a insegnarti a non credere più nelle persone, ma a smettere di aggiungere tu le pagine che loro continuano a non scrivere.
Il respiro rallenta.
Per stanotte non c’è più niente da capire.
Ed è ora di voltare pagina.

4 commenti su “Il silenzio è totale.”

  1. Concordo ma e’ brutto quando non aggiungi più pagine…per lo meno quando io lo faccio insomma e’ come decretare una vera e propria fine e lascia quella consapevole malinconia che…sempre bravo comunque a mettere su carta l’omenti di normalità e renderli poesia

  2. Quanta verità e concretezza….. pagine scritte idealizzando ciò che l illusione la speranza alimentava… poi arriva il punto un piccolo pallino,al quale non c’è seguito di un nuovo capitolo ma la fine!

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