
Ho sempre sopportato bene il caldo. Quello vero, quello cattivo, quello che Roma sa diventare quando l’asfalto restituisce più di quanto riceve e persino respirare sembra un’attività che richiede impegno. Ci sono sempre passato attraverso senza farne una questione personale.
Quello di questi mesi, invece, è bastardo in una maniera diversa.
Forse perché non si vede la fine. È un’umidità che non rimane sulla pelle, entra. Trova un varco, risale, arriva dritta al cervello e comincia a martellare con la perseveranza di chi pretende che la sua presenza venga riconosciuta. Non puoi ignorarla. Puoi accendere un condizionatore, chiudere una finestra, bere qualcosa di freddo, ma sai che è ancora lì. Appena esci ti aspetta, ti bracca, ti possiede.
Un po’ come certe cose.
Sono stati giorni pieni di tutto. Svuotati dal lavoro e immediatamente occupati dal resto, perché il tempo libero è una definizione piuttosto fantasiosa quando hai una vita da tenere insieme. Cose da sistemare, problemi da capire, decisioni da prendere, progetti da organizzare. Sono stato lì, meticoloso, quasi chirurgico, a mettere ordine dove potevo. Ho scritto quello che c’era da scrivere, programmato quello che poteva essere programmato, controllato dettagli, immaginato conseguenze, cercato alternative. Ho persino riaperto cassetti che avevo chiuso convinto di conoscere già quello che contenevano. Col cazzo, c’era veramente troppa roba dentro.
E poi Lupo e Queeny. Anche loro dentro questa estate che sembra non voler mollare. Le passeggiate spostate, accorciate, ragionate in funzione dell’ombra e dell’ora, l’acqua controllata, il respiro ascoltato un po’ più del necessario. Loro vorrebbero semplicemente andare. Annusare, infilarsi nell’erba (troppo secca), seguire una traccia fino a dimenticarsi che esisto. E io qualche volta devo fermarli proprio perché li amo.
È una contraddizione che conosco bene: proteggere qualcuno significa anche sottrargli una parte della libertà che vorresti lasciargli. E non puoi spiegargli che quel limite non è una gabbia, è cura. Puoi soltanto sopportare per qualche secondo quello sguardo contrariato e sperare che basti sapere che ci sei.
Avrei voluto fare di più anche altrove. È sempre così. Ho questa pessima abitudine di credere che da qualche parte esista necessariamente un’altra mossa, una soluzione che non ho ancora considerato, un centimetro di realtà che possa essere spostato insistendo abbastanza.
Poi però arriva il limite. Non quello della volontà. Quello delle possibilità.
E alcune notizie te lo ricordano meglio di altre. Arrivano e colpiscono in quel punto indefinibile a metà tra l’orgoglio e il cuore. Riguardano cose costruite, difese, pagate, immaginate come riparo; pezzi di futuro sui quali avevi appoggiato certezze molto concrete. Ti fanno arrabbiare perché sembrano violare una geometria che credevi elementare: quello che è mio, quello che è tuo, quello che ho scelto, quello per cui ho lavorato.
Poi magari tutto rallenta ancora. La decisione sembra allontanarsi, la minaccia cambia tempo verbale, ciò che sembrava imminente torna a essere sospeso. Non risolto: rimandato. Ed è quasi peggio, perché contro una sentenza puoi reagire; contro un’attesa devi imparare a vivere.
Così continui.
Ci si scontra con ciò che sappiamo, con ciò che possiamo realmente modificare, con quello che dipende da noi e soprattutto con tutto quello che da noi non dipende affatto. Ed è forse la parte che ho sempre digerito peggio: accettare che l’impegno non garantisca il risultato, che aver fatto del proprio meglio non significhi necessariamente riuscire, che persino la buona fede possa produrre conseguenze sbagliate.
In questi giorni ho rivalutato anche quello che pensavo di aver messo via, come alcune porte che avevo chiuso con una certa durezza: ora sono socchiuse. Ed è una differenza che sto imparando soltanto adesso, riconsiderare non significa necessariamente tornare indietro, a volte significa soltanto concedere al passato il diritto di essere più complesso del giudizio con cui avevamo deciso di archiviarlo.
Perché forse non ho avuto sempre ragione, anzi, sicuramente non l’ho avuta.
E probabilmente non avrò mai soltanto ragione, avrò le mie ragioni.
Che è molto diverso.
Le ragioni nascono dal punto in cui eri quando hai dovuto scegliere, da quello che sapevi in quel momento, dalle ferite che avevi addosso, dalle persone che volevi proteggere, dalle cose che riuscivi a vedere e da quelle che ancora non potevi conoscere. Sono vere, ma non per questo sono tutta la verità. Fuori il caldo continua a premere contro i vetri. Lupo e Queeny finalmente dormono sul pavimento fresco, stanchi di una libertà che oggi ho dovuto concedergli a piccole dosi. Guardo il cielo e non promette niente. Nessuna tregua, nessuna data certa, nessuna rassicurazione.
Forse alcune cose funzionano esattamente così. Puoi proteggere. Puoi organizzare. Puoi combattere. Puoi scrivere lettere, mettere in fila ragioni, prevedere conseguenze, aggiustare quello che è ancora nelle tue mani. Puoi amare qualcuno abbastanza da dirgli di no e qualcosa abbastanza da non accettare che te la portino via senza provare a difenderla. Puoi persino tornare sulle tue convinzioni e riconoscere che qualche volta avevi visto soltanto una parte.
Poi devi fermarti davanti al confine.
Non è resa. Forse è proprio il contrario: è capire finalmente dove vale ancora la pena spendere forza e dove, invece, continuare a spingere servirebbe soltanto a consumarti.
Il caldo prima o poi passerà. Le notizie sospese troveranno un verbo definitivo. Lupo e Queeny domani torneranno a chiedermi tutta la strada che oggi gli ho negato. E alcune risposte arriveranno, altre probabilmente no.
Io intanto continuo a sistemare quello che posso, il resto provo a non confonderlo più con una mia colpa.
..è tutto così comprensibile e condivisibile…