Sveva è uscita quando la notte

Sveva è uscita quando la notte era nel punto più profondo del buio. Non arrivava nessun riflesso da fuori, nessuna luce abbastanza forte da disegnare i contorni delle cose. Il nero rimane nero anche quando gli occhi si abituano all’oscurità. Semplicemente, dopo un po’, impari a muoverti meglio dentro quello che non riesci a vedere.

Queeny ha sentito chiudersi la porta e il suo mondo ha immediatamente perso un pezzo. Lo fa sempre. È la sua ansia da distacco, quella che non conosce dignità né strategie. Si alza, cambia posto, torna indietro, prova il divano, il pavimento, il corridoio. Si sdraia e dopo qualche minuto ricomincia. Ogni tanto viene a controllare che almeno io sia ancora qui, poi riparte con quella sua piccola ricerca di un equilibrio che evidentemente nessuna delle posizioni disponibili riesce a darle. In mezzo a tutto questo viavai, Lupo russa. Profondamente, ostinatamente, con quella serenità quasi offensiva di chi ha stabilito che, finché qualcuno non dimostrerà il contrario, il mondo può continuare a esistere anche senza la sua supervisione. Queeny gli passa accanto più volte. Lui non apre nemmeno gli occhi.

Alla fine anche lei si fermerà. Non perché avrà capito dove sia andata Sveva. Semplicemente perché anche l’assenza, dopo un po’, deve trovare un posto dentro una stanza. Io ho aperto gli occhi e ho fatto quello che faccio quasi sempre. Ho cominciato a scrivere. Quando qualcosa mi tira abbastanza forte dentro la testa devo dargli una forma. Metterlo davanti agli occhi, guardarlo da fuori, vedere se scritto significa ancora quello che sembrava significare quando era soltanto pensiero. Analizzare il flusso, cercare le contraddizioni, mettere ordine. La psicoanalisi di me stesso parte quasi sempre da una tastiera.

Sono sempre stato considerato uno che detta i tempi. Non necessariamente quelli degli altri. I miei. Sono uno che decide, organizza, anticipa. Se c’è un problema cerco la soluzione prima ancora di aver finito di lamentarmene. Se qualcosa può essere sistemato, difficilmente riesco a lasciarlo storto. Se esiste una possibilità, voglio sapere fin dove arriva. Ho sempre avuto un rapporto complicato con l’impotenza. Forse è per questo che, guardandomi indietro, mi accorgo di aver corso parecchio. Ho rincorso risultati. Soluzioni. Occasioni. Risposte. Ho rincorso lavori, progetti, pagine che non funzionavano, soldi che servivano, cose da costruire e altre da salvare. Ho rincorso il momento giusto e qualche volta anche quello sbagliato, perché quando sono convinto che esista ancora una possibilità faccio una fatica enorme a lasciarla morire senza aver verificato personalmente che sia davvero morta. Ho rincorso persino me stesso. Quello che volevo diventare, quello che pensavo di essere, quello che avevo promesso di non essere più.

Le persone, invece, no. E questa distinzione per me conta. Con le persone ho potuto cercare. Ho aspettato. Ho spiegato troppo, probabilmente. Ho fatto domande, qualche volta le stesse in forme diverse perché speravo esistesse una formulazione capace di restituirmi finalmente una risposta comprensibile. Ho difeso rapporti quando pensavo ne valesse la pena e ho lasciato porte aperte molto più a lungo di quanto sarebbe stato razionale. Ma non ho mai voluto trascinare nessuno dall’altra parte.

Perché puoi desiderare terribilmente che qualcuno resti e contemporaneamente sapere che non hai alcun diritto di impedirgli di andare. È una delle contraddizioni più crudeli della libertà. Vogliamo essere scelti, ma una scelta ha valore soltanto se comprende anche la possibilità di non sceglierci. Altrimenti non è una scelta. Il problema, semmai, comincia quando sono le persone stesse a proporti una forma di presenza e poi, nei fatti, a non riuscire a mantenerla. Quando ti spiegano quale posto vogliono occupare, con quale profondità, con quale continuità, con quale significato. Ti chiedono di accettare un perimetro, magari persino di fidarti di quel perimetro, e poi sono proprio loro le prime a restringerlo, svuotarlo o semplicemente a comportarsi come se non fosse mai esistito.

E lì diventa difficile capire se tu abbia preteso troppo o se qualcun altro abbia promesso qualcosa che non sapeva davvero sostenere. Perché esiste una differenza enorme tra ciò che una persona dice di volerti dare e ciò che, alla prova dei fatti, è capace di dare. Le intenzioni possono essere sincere. Anche le parole possono esserlo. Ma i comportamenti hanno una memoria migliore.

Queeny cambia posto un’altra volta. La sento camminare nel buio. Le unghie fanno quel piccolo rumore sul pavimento, attraversano per qualche secondo il russare regolare di Lupo e poi di nuovo silenzio. Stavolta sembra essersi sistemata vicino alla porta della camera. Non è il posto in cui vorrebbe essere. È quello che, per adesso, riesce a sopportare.

Forse la rincorsa che conosco meglio è un’altra. Quella contro le cose irrisolte. È lì che divento incapace di fermarmi. Quando manca un pezzo, quando qualcosa non torna, quando una storia presenta un buco che non riesco a spiegare. La mia testa parte e costruisce ipotesi, cerca precedenti, confronta parole, comportamenti, tempi. Come se da qualche parte dovesse necessariamente esistere quella singola informazione capace di far combaciare tutto.

Ma la vita non è un romanzo. Nei romanzi posso decidere io perché qualcuno se ne va. Posso nascondere la spiegazione per duecento pagine e poi metterla esattamente nel punto in cui farà più male. Posso costringere ogni gesto ad avere una causa e ogni causa a produrre una conseguenza. Fuori dalle pagine, invece, facciamo spesso il contrario. Prima agiamo. Poi ci costruiamo una narrazione abbastanza ordinata da poter convivere con quello che abbiamo fatto.

Forse è questo che mi affascina e mi disturba più di ogni altra cosa: il bisogno quasi inevitabile che abbiamo di definire ciò che facciamo in modo compatibile con l’idea che abbiamo di noi stessi. Ognuno possiede un proprio codice morale. Anche chi sostiene di non averne uno. Un’immagine interna di ciò che considera giusto, dignitoso, accettabile. Un confine oltre il quale non vorrebbe mai riconoscersi. Poi capita di oltrepassarlo. E a quel punto esistono due possibilità: ammettere di essere stati incoerenti oppure cambiare il nome di quello che abbiamo fatto.

Così un abbandono può diventare necessità. L’egoismo può diventare protezione. L’incoerenza può diventare evoluzione. Una promessa non mantenuta può diventare qualcosa che l’altro aveva capito male. Non è detto che sia malafede. Anzi, credo che nella maggior parte dei casi non lo sia. Abbiamo semplicemente bisogno di una versione della storia nella quale continuiamo a riconoscerci. Una trama abbastanza coerente da permetterci di restare dentro il personaggio che pensiamo di essere. È una necessità narrativa applicata alla coscienza.

E forse è proprio per questo che certe spiegazioni non arrivano mai davvero a destinazione. Perché non raccontano soltanto ciò che è successo. Devono anche proteggere chi le racconta da ciò che significherebbe ammettere il contrario. La vita è piena di cose che succedono male. Senza simmetria. Senza una spiegazione soddisfacente. Qualche volta persino senza che chi le ha provocate sappia davvero raccontarne il perché.

E allora che cazzo rincorri?

Forse è questa la domanda che mi è arrivata stanotte. Non chi. Che cosa. Perché una persona può essere libera di andare dove vuole e tu puoi comunque rimanere mesi a rincorrere la spiegazione del suo movimento. Puoi non inseguire nessuno e continuare a correre dentro di te. Ed è una rincorsa molto più estenuante, perché non ha nemmeno una schiena che vedi allontanarsi. Ha soltanto pensieri.

E forse, qualche volta, stai rincorrendo qualcosa che non esiste nemmeno. Una spiegazione definitiva. Una verità perfettamente coerente. Una frase capace di mettere d’accordo ciò che qualcuno ha detto con ciò che poi ha fatto. Ma magari quella frase non c’è. Magari esistono soltanto due cose incompatibili che una persona è riuscita, in qualche modo, a considerare entrambe vere.

Il cursore lampeggia. Fuori è ancora completamente buio, ma da qualche parte deve essere già cominciato quel processo lentissimo con cui la notte perde consistenza. Non lo vedo ancora. So che sta succedendo. Queeny finalmente non si muove più. Lupo continua a russare come se niente fosse mai successo. Due modi completamente diversi di attraversare la stessa assenza: una ha avuto bisogno di cercare dieci posti prima di trovarne uno possibile, l’altro non ha ritenuto necessario abbandonare il proprio.

Forse Queeny ha trovato il suo nuovo equilibrio. O forse si è semplicemente stancata di cercarlo. Non so nemmeno se esista davvero una differenza.

Continuo a pensare che ci siano cose per cui valga la pena correre fino a perdere il fiato. Progetti, possibilità, pezzi della propria vita che sarebbe vigliacco abbandonare soltanto perché sono diventati difficili. Non voglio imparare quella forma di saggezza fasulla che chiama equilibrio qualsiasi rinuncia. Io continuerò a rincorrere parecchie cose. Probabilmente troppe.

Ma non più le persone e nemmeno le definizioni.

Non voglio più rincorrere il nome che qualcuno decide di dare a ciò che fa. Non voglio più passare ore a verificare se una parola sia abbastanza grande da contenere un comportamento che nei fatti la smentisce. Non voglio più cercare la formula capace di rendere coerente ciò che coerente non è. E soprattutto non voglio più fare il lavoro che spetta agli altri: trovare al posto loro una giustificazione abbastanza elegante da far tornare tutto.

Se una persona resta, resta. Se va, va. Se propone una presenza e poi non la mantiene, quello che conta non è il nome che ha scelto per raccontarla. Conta quello che ha fatto.

Forse smettere di rincorrere significa proprio questo: lasciare che le cose abbiano il peso che hanno senza continuare a correggerle per farle entrare in una forma più sopportabile. Accettare che qualcosa possa essere stato importante e aver comunque fallito. Che qualcuno possa essere sincero e insieme incoerente. Che una storia possa non avere una spiegazione definitiva e finire lo stesso.

Le cose possono andare bene anche così. Non bene nel senso che non facciano male e non bene nel senso che siano giuste. Bene nel senso che non devo più aggiustarle.

Possono rimanere storte, incomplete, persino contraddittorie, senza che io debba passarci un’altra notte sopra a cercare il punto esatto in cui hanno smesso di tornare.

Forse non tutto quello che rimane irrisolto deve essere risolto. Alcune cose vanno soltanto messe da qualche parte e lasciate lì.

Come ha fatto Queeny nel buio. Ha smesso di cambiare posto e Lupo non ha mai smesso di russare. Io smetto di scrivere e, per qualche minuto, finalmente, nessuno dei tre rincorre più niente.

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