
Uscire dall’aeroporto all’ora di punta è una forma minore di guerra civile. Basta superare l’ultima rotonda e sembra che tutti abbiano improvvisamente qualcosa di urgentissimo da fare. Macchine ammassate, frecce considerate evidentemente un vezzo borghese, motorini che si infilano in spazi nei quali io avrei difficoltà a far passare una busta della spesa, qualche clacson utilizzato come strumento di comunicazione primaria. C’è chi deve correre al supermercato, chi vuole soltanto arrivare a casa, chi ha passato la giornata a lavorare e ormai considera un affronto personale qualsiasi automobile abbia l’impudenza di trovarsi davanti alla sua.
Io sono in mezzo a loro. Avanzo di qualche metro, mi fermo, riparto. Alla radio parlano di qualcosa che non sto ascoltando davvero, il sole comincia a scendere dietro una fila di palazzi e per qualche secondo colpisce il parabrezza nell’angolazione esatta per non farmi vedere un cazzo. Abbasso l’aletta parasole, quello davanti frena senza motivo e penso che forse la vita abbia un modo abbastanza simile di spiegare le persone.
Non lo fa tutto insieme: te le mostra a pezzi.
All’inizio conosci quello che qualcuno decide di farti vedere, poi arriva quello che tu desideri vedere e le due cose, quando sei emotivamente coinvolto, hanno una pericolosa tendenza a somigliarsi. Completiamo le parti mancanti con le nostre aspettative, attribuiamo profondità a un gesto, continuità a una promessa, significato a una presenza. Non necessariamente perché siamo stupidi, ma perché quando teniamo a qualcuno diventiamo pessimi periti: aumentiamo il valore di ciò che ci piace e troviamo attenuanti per tutto quello che stona.
Poi passa il tempo ed è proprio lì che cominciano i problemi.
Perché il tempo ha questa abitudine sgradevole di togliere le didascalie e lasciare soltanto i fatti. Le persone possono raccontarsi in molti modi, possono avere intenzioni meravigliose, trovare definizioni rassicuranti per ciò che fanno e persino crederci sinceramente, ma alla lunga rimane quello che scelgono quando scegliere costa qualcosa. Rimane chi cerca, chi mantiene, chi sparisce, chi promette e poi dimentica, chi pretende dagli altri una misura che non riesce a offrire, chi trova sempre una ragione per sé e nessuna per te.
Il peso specifico viene fuori. Sempre.
Magari ci mette mesi, qualche volta anni, ma viene fuori. Non perché le persone siano necessariamente cattive o abbiano trascorso tutto quel tempo a ingannarci. Sarebbe persino più semplice. A volte siamo stati noi a confondere ciò che avrebbero voluto essere con ciò che erano davvero, e loro magari ci hanno creduto insieme a noi.
Un motorino mi supera a destra sfiorando lo specchietto. Gli dedico mentalmente una quantità di insulti sproporzionata alla durata del nostro rapporto e continuo ad avanzare.
Penso che la parte difficile non sia nemmeno scoprire qualcosa sugli altri. È accettare che quella scoperta modifichi retroattivamente il modo in cui li guardiamo. Perché vorremmo salvare almeno l’immagine che avevamo costruito, dirci che quella persona esiste ancora da qualche parte, che è soltanto un momento, una fase, un errore di prospettiva.
Qualche volta è vero. Altre no. E la vita, con pochissima sensibilità per le nostre esigenze narrative, prima o poi ce lo spiega. Spiega chi resta quando non ha più niente da ottenere, chi ti cerca quando non sei tu a fare il primo passo, chi mantiene una promessa quando sarebbe molto più comodo dimenticarla. Spiega quali parole avevano fondamenta e quali erano arredamento. Spiega persino quanto pesavamo noi nella vita di qualcuno, che forse è una delle misurazioni che avremmo preferito non ricevere mai.
Perché il risultato può non piacerci. Possiamo scoprire di aver attribuito a qualcuno un’importanza che non era reciproca, di aver chiamato imprescindibile qualcosa che per l’altro era soltanto piacevole, di aver difeso persone che, a parti invertite, non avrebbero fatto lo stesso per noi. Oppure possiamo scoprire il contrario: qualcuno che avevamo sottovalutato rimane lì quando tutti gli altri hanno trovato una buona ragione per andarsene.
È questo il problema del tempo: non prende posizione.
Misura.
Il traffico finalmente comincia ad aprirsi. Supero il Ponte della Scafa e il flusso si divide fra quelli che devono andare verso Ostia e quelli che vanno nella mia stessa direzione. Qualcuno continua a cambiare corsia nella convinzione incrollabile che i dodici secondi guadagnati possano modificare il corso della propria esistenza. Io finalmente riesco a spingere un po’ sull’acceleratore e penso che forse crescere significhi anche smettere di contestare continuamente i risultati delle misurazioni.
Non tutto quello che scopriamo deve piacerci. E non tutte le persone devono rimanere quelle che avevamo deciso fossero.
E soprattutto non dobbiamo continuare a falsare la bilancia soltanto perché il peso reale ci fa male. Possiamo conservare ciò che è stato bello senza obbligarci a considerarlo ancora vero. Possiamo riconoscere quello che qualcuno ha rappresentato senza continuare ad attribuirgli un posto che i fatti non giustificano più. Possiamo persino voler bene a una persona e, contemporaneamente, accettare di averla capita male.
Non cancella niente: rimette soltanto le cose nella loro misura.
Davanti a me la strada finalmente scorre. Il rumore si dirada, i motorini sono già chissà dove e tra poco anch’io sarò a casa, dentro altre cose, altri pensieri, altra vita.
Mi rimane addosso una considerazione molto meno comoda di quanto vorrei.
Il tempo non aggiusta tutto. Questa è una delle tante stronzate che ci raccontiamo per riuscire ad aspettare. Il tempo fa qualcosa di molto più utile e molto meno gentile: toglie quello che avevamo messo noi e lascia quello che c’era davvero. Poi sta a noi decidere se continuare a chiamarlo con il vecchio nome o finalmente guardarlo per quello che è.
Gianni sei unico! Tutto ciò che scrivi è di una verità sconcertante e tu lo fai come se la tua penna fluisse su un foglio bianco. Descrivi benissimo la vita quotidiana che può essere di chiunque. Ti ammiro moltissimo!