Il suono delle mani

È passata da poco mezzanotte, Sveva mi è crollata accanto e io sto scrivendo queste righe dall’iPhone, cercando istintivamente di fare meno rumore possibile, anche se digitare su uno schermo non dovrebbe rappresentare una particolare minaccia per il sonno di nessuno, figuriamoci per quello di Sveva. Forse mi preoccupo più per Lupo e Queeny. Fuori è quella parte di notte in cui quasi tutto sembra essersi finalmente arreso, le finestre si sono spente una dopo l’altra e persino i pensieri dovrebbero avere la decenza di rimandare a domani. I miei, naturalmente, no.
Oggi è San Francesco, ma per me il 4 ottobre ha sempre avuto soprattutto un altro significato: è il compleanno di mia madre. Mentre provo ad abbozzare queste prime righe mi viene in mente una cosa talmente ovvia da risultare quasi assurda, perché se non ci fosse stata lei, e non soltanto nel senso biologico, quasi banale, della faccenda, ma proprio lei, con il suo carattere, le sue decisioni, le sue paure, le sue battaglie e quella particolare ostinazione con cui ha attraversato la vita, io non sarei qui a scrivere. O, quantomeno, non sarei qui nello stesso modo.
La storia dei nostri genitori, del resto, comincia molto prima di noi e questa è una cosa che da figli impieghiamo anni a capire. Li conosciamo già grandi, già investiti di quel ruolo che sembra esistere da sempre, quasi fossero comparsi sulla terra direttamente con le chiavi di casa in mano, la capacità di preoccuparsi e un’opinione pronta su qualsiasi cosa facciamo, invece prima sono stati bambini, ragazzi, persone che non sapevano ancora dove sarebbero finite. Mia madre, prima di essere mia madre, è stata una bambina che ha conosciuto il collegio, un rapporto non semplice con sua madre, un divorzio che ha cambiato gli equilibri della famiglia e poi una nuova famiglia, con altre regole, altre distanze e quella sensazione, qualche volta, che qualcun altro venisse prima. I suoi nonni hanno rappresentato molto più di quanto normalmente quella parola riesca a raccontare: sono stati presenza, protezione, quasi genitori quando di genitori, in certi momenti, avrebbe avuto soprattutto bisogno. Sono cose che da bambini non sappiamo definire, ma impariamo prestissimo a sentire e forse molto di ciò che diventiamo nasce proprio lì, dal modo in cui reagiamo alle prime volte in cui scopriamo che il mondo non necessariamente ci proteggerà nella maniera in cui vorremmo.
C’è però un suo racconto che mi è rimasto dentro più di tanti altri. Da bambina aveva paura di attraversare il lungo corridoio di casa per andare in bagno. Non so nemmeno quanto fosse davvero lungo quel corridoio e quanto invece lo diventasse attraverso gli occhi di una bambina spaventata, perché le distanze, da piccoli, hanno misure diverse e pochi metri al buio possono somigliare a un continente. Sua nonna, allora, restava lì e batteva le mani mentre lei camminava, una dopo l’altra, con un ritmo semplice, per accompagnarla fino in fondo e farle sapere che, anche se in quel tratto doveva camminare da sola, sola non era.
Vai, io sono qui.
Forse è per questo che quel racconto non l’ho mai dimenticato. Pensiamo che il coraggio sia qualcosa di enorme, una qualità che si dimostra nelle grandi decisioni, nelle battaglie importanti, nei momenti in cui la vita ci mette davanti un ostacolo gigantesco, invece qualche volta il coraggio comincia così: attraversando un corridoio perché, da qualche parte, qualcuno continua a battere le mani.
Poi si cresce e i corridoi cambiano forma. Diventano scelte, relazioni, figli, lavori, separazioni, famiglie da tenere insieme e situazioni dalle quali trovare il coraggio di uscire. Diventano responsabilità che non avevi chiesto, decisioni prese senza alcuna garanzia che siano quelle giuste e giornate in cui devi semplicemente continuare a camminare, anche se nessuno ti ha fornito una mappa. Mia madre ne ha attraversati parecchi: ha costruito una vita, ha avuto i miei fratelli, ha affrontato la fine di un matrimonio senza trasformare per forza chi ne aveva fatto parte in un nemico, ha ricominciato, ha scelto ancora, ha sicuramente sbagliato qualche volta, come facciamo tutti, e ha continuato. Negli anni ha anche ricucito rapporti che la vita aveva complicato, come quello con sua sorella, perché certe ferite familiari nascono molto prima che due persone siano abbastanza grandi da sapere cosa farsene e qualche volta ci trasciniamo addosso responsabilità che appartenevano ad altri. Eppure quel rapporto si è ricostruito, ha trovato un’altra forma, un nuovo spazio. Poi, recentemente, sua sorella è venuta a mancare e forse anche questo lascia una lezione che non ha bisogno di essere spiegata troppo: non tutto ciò che può essere recuperato può essere rimandato per sempre.
A un certo punto, dentro tutta questa storia già cominciata da parecchio, sono arrivato anch’io e da quarantotto anni abbiamo avuto tutto il tempo necessario per amarci e romperci reciprocamente i coglioni con una costanza quasi professionale. Sono un cagacazzi a livelli estremi e lei ne è altrettanto un esemplare unico. Ci siamo scornati mille volte e succederà ancora; possiede ansie capaci di riprodursi autonomamente, alcune fisse sulle quali sarebbe inutile persino convocare una commissione internazionale e una predisposizione naturale a preoccuparsi per qualcosa anche quando quel qualcosa deve ancora verificarsi. Io, dal canto mio, non sono esattamente il prototipo del figlio che annuisce per quieto vivere. Abbiamo alzato la voce, siamo stati entrambi convinti che l’altro non capisse niente, ci siamo fatti impazzire e continueremo probabilmente a farlo.
Per fortuna, aggiungerei, perché non voglio trasformare mia madre in un santino proprio nel giorno in cui voglio celebrarla. Non voglio renderla perfetta, voglio renderle giustizia, e la verità è che sotto tutte le nostre differenze c’è sempre stata una struttura che non abbiamo mai dovuto verificare. Possiamo essere in disaccordo su cento cose, interpretare il mondo da due punti di osservazione completamente diversi e persino aver bisogno, qualche volta, di prendere distanza l’uno dall’altra, ma esistono legami per i quali la distanza è soltanto una misura geografica: non modifica l’appartenenza.
Forse diventare adulti serve anche a questo, a riuscire finalmente a guardare i propri genitori come persone e non soltanto come quelli che avrebbero dovuto sapere, capire, prevedere e fare sempre la cosa giusta. Significa vederli come esseri umani che hanno avuto paura, che hanno improvvisato, che hanno preso decisioni senza conoscere il finale esattamente come facciamo noi. Significa accorgersi che hanno sbagliato, anche con noi, e che altre volte ciò che abbiamo giudicato per anni era probabilmente il meglio che riuscivano a fare con gli strumenti che possedevano in quel momento. Non significa assolvere tutto, significa finalmente vedere tutto, e credo che ci sia una differenza enorme.
Tra qualche ora questa notte sarà definitivamente alle spalle. Sarà mattina, una di quelle domeniche d’ottobre ancora calde ma senza quel caldo appiccicoso che ti si incolla addosso, prenderemo la macchina e andremo a Trevignano. Ci saremo io, lei, papà e Sveva; ci sarà un ristorante, un tavolo, probabilmente mangeremo troppo e discuteremo almeno su una cosa completamente inutile, tanto per non perdere l’allenamento. Poi arriveranno i caffè, le chiacchiere, la torta, un pensiero per le persone che non ci sono più e quel tipo di tempo che, mentre lo vivi, sembra ordinario e che soltanto dopo, riguardando una fotografia, scopri essere stato vita allo stato puro.
Forse il regalo vero è proprio questo: esserci.
A un certo punto della vita il tempo cambia significato. Da ragazzi lo spendiamo come se ne avessimo una quantità industriale, poi lentamente cominciamo a capire che poter aggiungere un altro pranzo, un’altra domenica, un’altra telefonata, persino un’altra incazzatura alle migliaia che abbiamo già collezionato non è qualcosa di dovuto. È una fortuna e il tempo che puoi ancora passare insieme a una persona che ami smette persino di sembrarti un nemico, diventa una benedizione, una scommessa vinta ogni volta che puoi aggiungere un altro giorno al conto.
Guardo Sveva che dorme accanto a me e penso a quante persone sono passate attraverso questi quarantotto anni. Alcune sono rimaste, altre hanno cambiato posto, altre ancora sono diventate ricordi. Mia madre, invece, attraversa tutta la fotografia: c’era prima che io sapessi parlare, prima che potessi ricordare, prima di tutte le persone che avrei incontrato e di tutte le vite che avrei provato a costruirmi, e c’è ancora.
Domani, che ormai è già oggi, festeggeremo il suo compleanno, ma arrivati fin qui il compleanno è soltanto una buona scusa. Io festeggio mia madre ogni volta che posso ancora chiamarla e sentirla partire con una delle sue preoccupazioni prima ancora che abbia finito di spiegarle il problema, ogni volta che mi fa impazzire, ogni volta che discutiamo e mezz’ora dopo il legame è esattamente dove lo avevamo lasciato. La festeggio ogni volta che posso guardarla e riconoscere, dietro tutto il tempo trascorso, quella bambina che un giorno aveva paura di attraversare un corridoio.
Sua nonna batteva le mani per lei, poi quella bambina è cresciuta e, probabilmente senza nemmeno accorgersene, ha cominciato a fare la stessa cosa per gli altri. Non letteralmente, certo, ma attraverso una telefonata a me o ai miei fratelli, una raccomandazione ripetuta dieci volte, un’ansia che avremmo volentieri evitato, una presenza, una discussione, una scelta presa quando noi non eravamo ancora abbastanza grandi per prenderla da soli. Per quarantotto anni, in un modo o nell’altro, quelle mani hanno battuto anche per me.
E forse essere figli significa pure questo: attraversare una quantità infinita di corridoi convinti, a un certo punto, di aver imparato a farlo da soli, finché un giorno ti volti e capisci da dove arrivava una parte di tutto quel coraggio.
Non so quante volte ancora ci scanneremo e spero moltissime, perché oggi non voglio festeggiare il tempo che è passato, voglio festeggiare tutto quello che possiamo ancora farci dentro.
Buon compleanno, mamma.
Continua pure a farmi impazzire, a preoccuparti troppo, a essere convinta di avere ragione anche quando ce l’ho chiaramente io.
Io continuo a camminare e quel suono delle mani lo sento ancora.

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