Il caffè stamattina è un pugno gentile.

Il tentativo di svegliare non soltanto i sensi, ma anche il torpore di alcuni pensieri che continuano a girarmi dentro senza trovare una definizione precisa. Ce n’è soltanto uno che riesco a distinguere bene dagli altri, perché continua a battere più forte, con quella cadenza fastidiosa delle cose che avresti preferito non poter dire.
Te l’avevo detto.
È una frase brutta. Non per le parole, che in fondo sono quattro e non hanno fatto niente di male, ma per tutto quello che ci mettiamo dentro. Può essere arrogante, compiaciuta, persino vendicativa quando viene pronunciata per dimostrare che avevamo ragione. Esiste però un altro «te l’avevo detto» che non ha niente della vittoria. È quello che non vorresti pronunciare mai, perché significa che una persona a cui tieni ha appena sbattuto esattamente contro il muro che avevi provato a indicarle.
E allora avere ragione non serve a un cazzo. Anzi, avresti preferito esserti sbagliato.
Quante volte succede? Vedi qualcosa arrivare, magari perché possiedi qualche informazione in più, perché conosci meglio un determinato terreno o semplicemente perché ci sei già passato e sai riconoscere certe buche prima che qualcuno ci metta dentro un piede. Avvisi, spieghi, qualche volta insisti anche più del necessario e vieni percepito come quello pessimista, quello che complica, quello che vede problemi ovunque. Poi il problema arriva davvero e improvvisamente tutto ciò che avevi detto smette di essere un’opinione.
Non c’è nessuna soddisfazione. C’è semmai una specie di impotenza retroattiva: la consapevolezza di aver visto abbastanza da capire, ma non abbastanza da poter impedire.
E pesa ancora di più quando dall’altra parte non c’è un ragazzino che deve ancora imparare come gira il mondo, ma una persona adulta, magari persino più grande di te. Perché a una certa età dovrebbe essersi sedimentata almeno una cosa: l’esperienza non consiste nel sapere tutto, ma nel riconoscere quando qualcun altro, su qualcosa, ne sa più di noi. Ascoltare non significa consegnargli la propria volontà. Significa concedersi il dubbio che un’informazione che non possediamo possa modificare una certezza che possediamo.
Forse diventare grandi dovrebbe servire soprattutto a questo: diminuire la distanza tra orgoglio e ascolto.
Guardo la tazzina vuota e penso che ce ne vorrebbe un altro. Due caffè attaccati, però, sarebbero probabilmente una trattativa troppo aggressiva con il mio sistema nervoso e soprattutto tra poco devo uscire con Lupo e Queeny. Non avrei neanche il tempo di berlo con quella lentezza minima che separa ancora un caffè da una medicina.
Mi preparo mentre il pensiero continua.
Credo che una delle cose più difficili da accettare sia che non possiamo proteggere le persone da loro stesse. Possiamo offrire informazioni, esperienza, una prospettiva diversa. Possiamo dire «guarda che lì davanti c’è un gradino» e magari ripeterlo due volte, ma non possiamo prendere in braccio un adulto ogni volta che decide di continuare a camminare guardando altrove.
E soprattutto non possiamo passare la vita a trasformare l’amore in sorveglianza.
Prima o poi bisogna restituire alle persone la responsabilità delle proprie scelte, anche quando sappiamo che potrebbero far loro male. È una forma di rispetto che somiglia terribilmente all’abbandono, ma non lo è. Significa riconoscere che voler bene a qualcuno non ci concede il diritto, né il potere, di vivere al posto suo.
Usciamo.
La passeggiata stamattina deve essere veloce. Lupo naturalmente non possiede alcuna concezione dell’urgenza e dedica a ogni odore l’attenzione che io riservo generalmente alle questioni esistenziali. Queeny procede qualche metro avanti, poi torna, cambia direzione, controlla. Io guardo l’ora più spesso di quanto vorrei e intanto penso che loro, almeno, abbiano un rapporto molto più semplice con l’errore: scelgono una strada, scoprono che non c’è niente di interessante e ne prendono un’altra. Nessuna commissione d’inchiesta. Nessuna ricostruzione dei fatti.
Noi invece abbiamo bisogno di capire. Soprattutto quando le persone cambiano.
Ci chiediamo che cosa sia successo, quale passaggio ci siamo persi, come qualcuno che conoscevamo bene abbia potuto cominciare a prendere decisioni che non riconosciamo più. Cerchiamo una causa perché una causa ci rassicurerebbe: se riuscissimo a trovarla, forse potremmo intervenire. Riparare. Riportare quella persona in un punto precedente della propria storia, quello in cui ci sembrava ancora capace di vedere ciò che oggi non vede.
Ma non sempre esiste quel punto. E forse, soprattutto, non sempre abbiamo il diritto di riportarci qualcuno.
Le persone diventano anche cose che non comprendiamo. È una frase che mi costa, perché ho sempre avuto la presunzione di credere che comprendere abbastanza significasse poter sistemare quasi tutto. Invece ci sono trasformazioni alle quali assistiamo soltanto dall’esterno. Possiamo non condividerle, possiamo persino sapere che porteranno conseguenze e dirlo chiaramente, ma poi arriva il confine oltre il quale l’altro deve essere lasciato libero di essere ciò che è diventato. Anche quando ci dispiace. Anche quando ricordiamo perfettamente ciò che era. Anche quando vorremmo scuoterlo e dirgli: guarda che ti conosco, questa cosa non sei tu.
Forse il problema è proprio lì. Potrebbe esserlo diventata.
Torniamo a casa. Tolgo i guinzagli, riempio una ciotola d’acqua, controllo l’ora. Il secondo caffè ormai non avrebbe alcun senso. Tra poco devo andare al lavoro e la giornata comincerà a riempirsi delle sue cose concrete, telefonate, problemi, persone, decisioni. Probabilmente questo pensiero perderà volume e sarà un bene.
Prima di uscire rimango qualche secondo fermo. Penso ancora a quel «te l’avevo detto» e decido che continuerò a non pronunciarlo, quando potrò evitarlo. Non perché non fosse vero, ma perché certe ragioni non hanno bisogno di essere riscosse. Non tutto ciò su cui avevamo ragione deve diventare un credito nei confronti degli altri.
Avevo avvisato.
Avevo spiegato.
Avevo provato.
Da lì in poi, forse, comincia quella parte dell’amore che mi riesce peggio: lasciare andare la responsabilità di ciò che non dipende da me. Prendo le chiavi, saluto Lupo e Queeny ed esco. Il pensiero viene con me, naturalmente, ma provo a non trascinarlo. Perché a un certo punto voler bene significa anche smettere di correre davanti alle persone per spostare tutti gli ostacoli.
Puoi indicarglieli. Puoi sperare che ti ascoltino. Puoi esserci quando cadranno, ma non puoi impedirgli per sempre di scegliere dove mettere i piedi. E quando succede quello che avevi previsto, forse la cosa più affettuosa che puoi fare non è ricordargli che avevi ragione. È ricordarti quanto avresti preferito avere torto.

1 commento su “Il caffè stamattina è un pugno gentile.”

  1. Verissimo. Le tue parole sono disarmanti e per me, che sono invalida, sono ancora più dure. Bellissimo scritto Gianni!

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