
Stamattina Lupo si è svegliato prima del tempo e la colpa, in realtà, è stata di Sveva. Ieri sera, prima di andare a dormire, ha lasciato aperta la porta del suo studio con gli avvolgibili alzati, così, alle prime luci del mattino, il sole è entrato da quella stanza e si è allungato fino al salone, convincendo Lupo che la notte fosse finita: Sveva dorme ancora, Queeny pure, io vorrei. Lui no.
A un certo punto me lo sono ritrovato accanto al letto, con quell’espressione da folletto un po’ rincoglionita di chi si è presentato in anticipo a un appuntamento e ormai, per dignità, deve far finta che fosse tutto previsto. Per lui c’era luce, quindi era giorno; se era giorno, bisognava alzarsi e, se bisognava alzarsi, evidentemente dovevo farlo anch’io.
L’ho riempito di carezze e smucinamenti vari, spiegandogli che poteva tranquillamente tornare a dormire, ma mi ha guardato senza troppa convinzione.
E forse aveva ragione lui. Perché ultimamente penso spesso a quanto tempo passiamo cercando di convincerci che le cose debbano tornare come prima, che una persona debba tornare quella che era, che un rapporto debba recuperare quello che aveva, che noi stessi dobbiamo ritrovare una versione di noi che, semplicemente, non esiste più. Come se ogni cambiamento fosse necessariamente un errore da correggere, qualcosa contro cui combattere fino a quando non siamo riusciti a rimettere tutto esattamente al proprio posto.
Il problema è che, qualche volta, non c’è proprio niente da rimettere a posto.
A volte gli avvolgibili sono alzati e basta. La luce entra prima, ti svegli e puoi passare mezz’ora a incazzarti perché non era ancora il momento oppure accettare che ormai sei sveglio e vedere cosa farne di quel tempo arrivato in anticipo.
Credo di averlo capito meglio anche in queste ultime settimane, trascorse quasi tutte allo stesso modo: lavoro, casa, cena (alcune fuori e anche troppo alcoliche) e poi di nuovo davanti a un computer fino a tardi, a lavorare sulla nuova edizione del mio primo romanzo.
Riprendere in mano Quello che resta dopo tanti anni è stato strano. Certe pagine le ricordavo perfettamente, altre mi sono sembrate scritte da uno che conosco molto bene, ma che non sono più io. All’inizio viene spontaneo correggere una parola, una frase, un passaggio, poi, però, capisci che non puoi correggere l’uomo che eri quando le hai scritte e, soprattutto, che non devi.
Puoi sistemare un romanzo, la vita no.
La vita non ha una seconda edizione nella quale togliere le ripetizioni, cambiare le scelte sbagliate, riscrivere i dialoghi venuti male e dare finalmente la risposta giusta a quella persona, quella sera, in quel posto. Puoi soltanto prendere quello che è stato e decidere cosa farne adesso.
Forse dimenticare non significa nemmeno cancellare, forse significa smettere di andare continuamente a controllare se una cosa fa ancora male, lasciarla dov’è e accettare che alcune persone siano diventate ricordi, che certi progetti abbiano cambiato forma, che qualcosa che sembrava indispensabile oggi non lo sia più e che, nel frattempo, siano arrivate cose che anni fa non avremmo nemmeno saputo immaginare.
Non è rassegnazione, perché rassegnarsi significa continuare a desiderare che qualcosa sia diverso e convincersi di non poterci fare niente, mentre accettare è un’altra cosa: significa riconoscere che quella cosa, oggi, è così e smettere di consumare energie nel tentativo di riportarla a ciò che era.
Forse è proprio questo che ci frega più spesso: combattiamo contro quello che è già successo, contro chi è cambiato, contro quello che abbiamo perso, contro le decisioni prese e perfino contro certe parti di noi, ci ostiniamo a voler chiudere gli avvolgibili quando fuori, nel frattempo, si è fatto giorno.
Lupo, comunque, tutta questa filosofia non se l’è posta.
Dopo avermi svegliato ed essersi assicurato che il problema fosse diventato anche mio, è tornato alle sue faccende, alle sue pulizie, con la serenità di chi ritiene concluso il proprio turno, io invece ormai sono sveglio.
Sveva dorme ancora, Queeny pure, il salone è pieno di quella luce che ha dato origine a tutto questo e Quello che resta è lì, dopo tanti anni, con una nuova veste e una parte di quello che ero ancora dentro.
Forse il punto è proprio questo.
Non tutto quello che resta deve essere trattenuto. Alcune cose restano semplicemente perché hanno fatto parte di noi e non c’è nessun bisogno di cancellarle, né di tornarci dentro e né, tantomeno, di cambiarle.
Si prende quello che viene con noi e si lascia andare il resto.
Adesso, però, direi che è tempo di fare colazione. Lupo, su una cosa, aveva ragione fin dall’inizio: fuori è giorno e questa giornata, volenti o nolenti, è già cominciata.