
La pagina del romanzo è ferma da qualche minuto. Il cursore batte sullo schermo con quella puntualità irritante delle cose che non hanno dubbi. Lupo dorme ai miei piedi, il muso appoggiato di lato e il respiro lento, regolare. Ogni tanto muove una zampa, forse sta correndo da qualche parte che esiste soltanto nei suoi sogni. Io invece sono sveglio e penso.
Ci sono domande che continuiamo a portarci dietro anche quando abbiamo smesso di cercare una risposta. Riguardano persone, momenti, cambiamenti che non abbiamo saputo leggere mentre accadevano. Quel punto esatto in cui qualcosa ha cambiato consistenza senza avvertirci. Un giorno era ancora lì, riconoscibile, persino imprescindibile. Poco dopo aveva già un’altra forma.
E allora vorresti sapere. Che cosa è successo davvero? Quando? Perché? Quale parte non avevi visto? Quanto di ciò che avevi creduto apparteneva anche all’altro e quanto, invece, esisteva soltanto nella tua percezione? Domande legittime. Solo che non tutte le domande legittime hanno il diritto di essere fatte. Perché alcune richiederebbero di bussare a porte che hai impiegato troppo tempo a chiudere. E ci sono porte che non puoi socchiudere soltanto per guardare dentro: appena tocchi la maniglia hai già modificato qualcosa. Hai dichiarato una presenza. Hai rimesso in circolo una possibilità. E forse non puoi più permettertelo.
Queeny ci raggiunge incuriosita.
Una carezza e torno a fissare il cursore. Lupo sospira, cambia posizione e torna immobile. La parte più difficile, però, è un’altra. Mettiamo che quella porta si possa aprire. Mettiamo di avere davanti la persona giusta, il tempo necessario e finalmente il coraggio di formulare tutte quelle domande rimaste sospese.
Che valore avrebbero le risposte?
È questa la domanda che rovina tutte le altre.
Perché arriva un momento in cui non dubiti soltanto di quello che è successo. Dubiti della possibilità stessa che qualcuno possa raccontartelo per come è stato davvero. Non necessariamente per cattiveria. Gli esseri umani riscrivono continuamente la propria storia per riuscire ad abitarla. Spostano responsabilità, cambiano il peso degli avvenimenti, rendono coerenti decisioni che forse, quando furono prese, coerenti non erano affatto. A volte mentono agli altri. Più spesso hanno già cominciato a mentire a se stessi, e distinguere le due cose diventa impossibile. Così immagini le risposte e scopri che nessuna ti basterebbe. Se fosse una, avresti qualcosa da contestare. Se fosse il contrario, avresti un ricordo che la smentisce. Se arrivasse finalmente quella che hai aspettato, forse ti domanderesti soltanto perché sia arrivata così tardi. Ed è lì che capisci una cosa piuttosto feroce: non stai più cercando una risposta. Stai cercando una certezza.
E quella nessuno può restituirtela.
Forse alcuni legami finiscono davvero in questo punto preciso. Non quando due persone smettono di parlarsi, di cercarsi o persino di amarsi. Finiscono quando non esiste più una conversazione capace di riportarle nel luogo in cui riuscivano a credersi.
È una morte strana perché lascia tutto intatto. I ricordi ci sono. Quello che hai provato rimane vero. Persino certe domande continuano a respirare. Eppure non c’è più niente da aggiustare.
Puoi sentire la mancanza di un posto senza desiderare di tornarci.
Questa frase mi rimane addosso. La scrivo. Poi la cancello.
Lupo apre gli occhi per qualche secondo, controlla che io sia ancora qui e li richiude. Lui non sembra avere alcun problema con le cose che non conosce. Gli basta sapere dove si trova adesso.
Forse dovrei imparare qualcosa.
Per anni ho pensato che comprendere significasse arrivare fino in fondo, ricostruire ogni passaggio, trovare la causa, assegnarle un nome e finalmente metterla al suo posto. Adesso comincio a sospettare che esista una forma più difficile di comprensione: accettare che un pezzo resterà mancante e smettere comunque di cercarlo.
Non assolve nessuno. Non condanna nessuno: semplicemente chiude.
Il cursore continua a battere. Rimetto le mani sulla tastiera e torno ai miei personaggi. Loro possono ancora chiedere tutto. Posso costringere chi gli sta davanti a confessare, inventare una verità definitiva, far combaciare passato e presente con la precisione che la vita non possiede.
È uno dei privilegi della narrativa.
Fuori dalle pagine, invece, alcune domande devono rimanere senza risposta. Non perché non abbiamo più il coraggio di farle, ma perché abbiamo finalmente capito che nessuna risposta cambierebbe ciò che sappiamo già.