Ti era piaciuto il post dell’84 e mi hai detto:

“Il tuo sito è un po’ un piccolo universo, racchiude tanti mondi. Una volta parli di una donna, un’altra delle tue riflessioni sulla vita, un’altra ancora della tua infanzia, dei tuoi ricordi, mi piace tanto come ti esprimi”.
Ti ho detto: “Mi piace la vita che faccio e cerco di raccontarla, tutto qui”.
Succo di frutta per te e tea verde per me.
Non era un discorso di falsa modestia, provo veramente a dare qualcosa di me per quello che ho indietro da chi ho intorno. Poi ci siamo messi a parlare del nuovo romanzo, visto che hai finito di leggere il primo: proprio non ti abitui all’idea di avere un amico scrittore.
“Perché tu non ti rendi conto che non è una cosa normale”. Dici.
Ho provato a spiegarti che fin tanto ci si racchiude dentro un perimetro, non ci diamo la possibilità di crescere, è vero che tentare molte strade può rallentarne delle altre, ma è giusto anche capire le differenze che ci sono tra un percorso e un altro, viceversa si rimane praticamente immobili, un affermare in silenzio: “io mi fermo qui, io non farò di più”, senza però prenderne coscienza.
Lo spirito d’essere sommesso e sottomesso, ammesso e non concesso che possa essere comprensibile, per poi invece sbandierare in giro un’indipendenza concettuale e fisica dai contesti consueti.
L’incoerenza che passa tra il fare e il dire.
“Per me è la scelta migliore”, dicono in tanti, ma mentono prima di tutto a loro stessi: si tratta della via più semplice da seguire, solo che non sapendolo non l’ammettono.
Quando – sulla base di questi concetti – mi hai guardato e hai detto: “Ma che ti aspetti? Sei tu che sopravvaluti la gente, che credi abbia voglia di andare oltre, però qui, dammi retta (?), siamo tutti in comportamenti che ci imponiamo e pochi vanno al di là e tentano altro”.
Non volevo risponderti, farlo era uguale a puntare il dito pure contro di te, perché anche tu sei così, con la differenza che ne hai buona consapevolezza.
Osservavo il tea freddarsi nella tazza che mi rifletteva di scuro, tra decine di persone intorno tutte uguali e che si credevano diverse, omologate – invece – ad un sistema antisogno, anticostruzione, di false speranze, perché desiderano qualcosa che non si impegnano minimamente a realizzare, perché in fondo non lo vogliono davvero.
La demolizione dell’ambizione.
Annaspavo nella veridicità di verità troppe volte lasciate in disparte.
È dura quando devo trattenere le parole.
Non era la mancanza di emissione di fiato ad infastidirmi, tantomeno era il male ai muscoli tornati a muoversi con buona costanza, ma il salire dell’acidità nella gola.
Ero parte arrabbiato e parte deluso e parte anche divertito.
Hai ripreso parola per rompere il silenzio e hai detto: “Io non sarei andata a Milano, ad esempio, sarebbe stato un cambiamento troppo radicale rispetto al solito, non avrei avuto i miei punti di riferimento”.
Lì ho riso, inversione repentina dell’umore. Punti di riferimento: “A che serve avere sicurezze su qualcosa che per te non è abbastanza? Che non corrisponde alle aspettative? Serve solo se abbassiamo il livello di desideri e costruzione degli stessi, allora sì, allora può essere utile, però finiamo alla teoria dell’accontentarsi”.
Hai sofferto la mia replica, inevitabile, d’altro canto non puoi accettare che ti svilisca, hai detto: “Guarda che non è facile! Quasi tutti, anche se non lo dicono, preferiscono il loro giardino, parlano parlano, si lamentano, ma alla fine dentro ci stanno bene!”.
Avrei potuto continuare a lungo, ma non ce ne era bisogno, mi sono soffermato sulle basi minime, perché non è che se mille persone si buttano da un ponte sono nel giusto e se una decide di non farlo è necessariamente quella in torto.
Ti ho detto: “Perché è più semplice! Se ti accontenti, poi non devi rimpiangere quanto non c’è, devi fartelo bastare, ma alla fine non lo fa nessuno, perché nessuno si spinge sul serio a tentare un’altra strada, quindi si accontenta forzatamente e ci sta male, fino a quando non accade qualcosa di grosso e non sono costretti a dover avviare dei cambiamenti”.
E tu, scontata come in altra maniera non potevi essere (quanto non te ne faccio passare una, eh?) hai risposto la cosa più ovvia: “Gia’, guarda che chi si accontenta gode.”
Ho riso ancora: “No, chi si accontenta si vive il malcontento di non aver provato sul serio ad alzare il tiro”. Mi hai guardato con quell’espressione che conosco a memoria, tra la stima e l’odio per la mia supposta lingua lunga e senza filtri.
Di getto ed anche un po’ vendicativa, hai detto: “Nemmeno tu sei felice a 360 gradi”.
C’ho pensato un secondo, ho soppesato quello che manca e quello che cerco e ti ho detto: “No, è vero, ma costruisco per provare ad esserlo”.
Poi siamo andati via, poi siamo rimasti in macchina tua a fumare, poi si era fatto tardi, poi hai fatto quella domanda del cazzo (e lo sai) che mi ha strappato una risposta del cazzo ed una conseguente discussione del cazzo, poi ci siamo spiegati, poi ci siamo salutati: “scriverai un post su questa serata?”
Sono rimasto sotto casa per un’altra sigaretta, poi mi sono mosso e ho camminato un po’ il buio di strade vuotate, vista l’ora, poi mi sono fatto due conti, poi ho spento il cellulare per la prima volta dopo anni e poi sono andato a dormire.
Io non mi accontento.

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2 Responses to Ti era piaciuto il post dell’84 e mi hai detto:

  1. Sabrina says:

    Buongiorno Gianni!
    Commento direttamente qui per tutti gli ultimi post..
    Mi ha colpita tantissimo la metafora del pesce nell’acquario e non vedo l’ora di leggere di un amore.. Per dicembre allora sarà possibile acquistarlo?
    Ho letto con attenzione anche le risposte che hai dato qui e non posso che condividere quello che ti ha detto, perché non è per niente facile uscire fuori da certi pensieri.. Ammiro la tua capacità di farlo, ma non è un cambiamento che si fa dall’oggi al domani.. Le porte in faccia pesano tanto!
    Un ultima curiosità, cos’è successo ieri? Mi sembravi tanto amareggiato..
    Ti auguro una splendida giornata!

  2. Gianni Gianni says:

    Buongiorno a te Sabrina:-)
    Il benedetto/maledetto pesce e’ simpatico anche a me, e’ uno dei dialoghi chiave tra due protagonisti del nuovo romanzo che dovrebbe uscire in dicembre, appunto: non machero’ di avvisarvi tempestivamente tra presentazione e pubblicazione:-)
    Guarda, io non chiedo che si faccia come faccio io, ognuno ha la liberta’ di viversi la vita come meglio crede (e ci mancherebbe), ovvio che se pero’ un’amica mi sprona in un certo discorso, io esterni il mio punto di vista. Le delusioni pesano a tutti, me compreso, ma un conto e’ rimanere delusi avendo tentato, un conto e’ rimanerci senza aver provato per non perdere le sicurezze – troppo spesso velleitarie – che abbiamo intorno.
    Ieri si’, ero parecchio giu’.. Purtroppo sono capitato in mezzo ad una situazione lavorativa e la risposta che mi e’ tornata indietro mi ha gelato…
    Passato, come passa tutto.
    Un abbraccio 🙂

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