Prendi i giorni che hanno inciso,

quelli che nel marasma della routine hanno fatto la differenza. Scandagliali per bene: scoprirai che sono stati i giorni che hanno cambiato qualcosa. Vedendoli più da vicino, ti accorgerai che sono quelli che hanno aperto o chiuso una condizione, l’inizio del raggiungimento di una meta o la realizzazione della stessa. Forse – come un po’ tutti – ti accorgerai che non sono stati pochi e ti renderai anche conto che molti di questi hanno conseguito un proseguimento migliore, magari non l’hai avvertito subito, ma andando avanti li hai rivalutati. Sono i giorni delle scelte, in ultima analisi, quelli che davanti ad una biforcazione ti chiedono un impegno, ti chiedono di metterti in gioco. Sedersi al tavolo richiede una posta che si ripaga in termini di incertezza e paura. Perché quando inizia la partita con la vita – lei è avvantaggiata, ne sa più di noi – non si hanno sicurezze assolute. I dubbi attanagliano.
Tuttavia il coraggio, la voglia di avere e fare di più e meglio, ci spingono a continuare e non abbandonare il gioco.
Mi vedo su un lungo corridoio, il pavimento è di palquet, tonalità ciliegio, un giallo invecchiato sui muri e sui lati porte su porte.
Alcune sono chiuse ermeticamente, non potrò riaprirle, alcune sono del tutto sconosciute e non so cosa potrò trovarci dietro e una, una soltanto è aperta, è quella che trattengo con la maniglia in mano dove metà corpo ha già attraversato l’uscio.
Quella che decide l’adesso.

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