Oggi mi è tornato in mente,

un periodo che proprio sembrava non volesse passare, quello dei giorni in clinica per mio padre, giorni in cui dopo la scoperta di alcune otturazioni alle coronarie è stato operato per impiantare dei bypass. Allora sono andato a rileggere alcuni post di quel periodo e volevo ricondividere con voi quelle sensazioni. Vi auguro un sereno weekend.

E ti incolli il migliore dei sorrisi in faccia, di quelli che pure se ti crolla il mondo addosso, si mantiene lì. Non ti guarda, nascosto dietro una mascherina per cercare di trovare un po’ d’aria a riempire i polmoni, con tubi che escono fuori di ogni spessore e colore, con un colorito che sa di giallo orientale e gli occhi belli e verdi nascosti dalle palpebre che non ce la fanno a tenerli scoperti.
Con un attimo di doloroso impegno poi ti mette a fuoco, con la voce ovattata che, se non fossi sicuro che si tratti della sua, nemmeno ci crederesti e ti dice: “scusami per tutti i problemi che ti sto dando”.
Tu ti fai ancora più forza di prima, perché a quel punto dopo giorni in cui vivi solo la vita d’ospedale, le spalle te le fai grosse, trattieni quel sorriso rassicurante, importante ad asserire che quell’impegno non ti costa nemmeno un po’. Perché il problema non è il prima o il dopo, è l’attesa.
L’attesa della diagnosi.
L’attesa del giorno dell’intervento.
L’attesa di quasi cinque ore a sperare che il chirurgo faccia bene il suo mesterie.
L’attesa nella speranza che il suo fisico tenga duro.
L’attesa del primo incontro in sala intensiva.
L’attesa dello scioglimento della prognosi.
L’attesa della riabilitazione.
L’attesa che tuo padre torni ad essere il padre che ti è sempre stato accanto.
Sono stati giorni difficili, domani, se Dio vuole, c’è un punto e a capo verso uno step più semplice.
E non ho potuto fare a meno di tornare a scrivere qualcosa, non ho potuto fare a meno di esternare. Senza proclami, senza avvisare, ma facendo piano, piano, sono di nuovo e ancora qui, a raccontare e a relazionare altra vita. Proprio adesso, che ho avuto paura, che quella di mio padre fosse in pericolo.
(Gianni D’Ambra – 18 maggio 2008)

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