Eravamo davvero piccoli,

dei minuscoli concetti d’uomo. Ricordo i banchi singoli di angoli sbucciati, le linee serrate di sedie inverosimili scoperchiate, le lettere dell’alfabeto attaccate al muro sopra la lavagna con le puntine da disegno. Per ogni lettera c’era un oggetto o un animale corrispondente, ad esempio alla “S” c’era un serpente, allora quando tornavo a casa, dopo mangiato, mi interrogavo su quella parola cercando di scindere il singolo suono della lettera e per non dimenticarlo disegnavo e ridisegnavo il serpente.
Le lezioni della vita, per me, sono cominciate lì. Quando ero a casa, purtroppo, per via degli impegni che avevano i miei genitori, mi trovavo spesso a dover badare a me stesso – controllato dalla vicina del piano di sopra – e finché non sono cresciuto un po’, il mio mondo era tutto nei cento metri quadrati che componevano il nostro appartamento. È stato allora che ho iniziato a dare sfogo alla mia fantasia: tra pupazzi di Pongo, Lego e i robot del momento, costruivo scenari complicatissimi per non sentirmi solo. Inseguimenti, sparatorie e voli spaziali!
Ero comunque un bambino tranquillo, c’è una foto che amo e che mi fece mio padre senza che me ne accorgessi, dove si vede tutta l’attenzione che ci metto nel costruire un castello medievale di piccoli mattoncini colorati.
Non mi hanno mai viziato, comunque. Cercavano di recuperare il tempo insieme in altra maniera, provando ad essere costruttivi, insegnandomi e spiegandomi quello che per me era del tutto sconosciuto, mostrandomi i valori imprescindibili che nella vita non devono mai essere dimenticati. Persino Babbo Natale, se non adempivo determinati compiti, non sarebbe stato di manica larga e avrebbe omesso le mie richieste. C’è stato un Natale, infatti, dove mia mamma, dopo avermi mostrato il carbone sotto l’albero, mi spiegava i motivi per i quali era tutto lì quello che meritavo. Ero chiuso piangente sulla sedia dentro al mio pigiama, tuttavia comprese le ragioni, non è più successo.
Anni dopo, nell’era despota della mia adolescenza, quando ero convinto di essere diventato chissà cosa e che tutto mi fosse dovuto, mio padre mi spiegò di quanto mi stessi soltanto illudendo che fosse così, che tutto in una maniera o in un’altra avrei dovuto sudarlo per apprezzarlo veramente. Soltanto più tardi, quando mi sono ritrovato a scaricare e caricare bagagli alle cinque di mattina, con le mani spaccate dal freddo, ho capito che cosa intendeva.
Credo poi di essere divenuto maggiormente equilibrato, più accorto, tornando un po’ quel bambino che ingenuamente si costruiva un mondo, con la non lieve differenza che io quel mondo non volevo restasse una fantasia, ma che si concretizzasse.
Nei limiti del rispetto altrui, ho fatto tutto quello che era in mio possesso per riuscirci muovendo il culo costantemente, non rimamendo mai con le mani in mano. Acquisendo un’urgenza di fare, di fare e continuare a fare e soltanto raramente sono riuscito a starmene buono buono.
Qualcuno è riuscito a capirmi veramente ed è anche riuscito ad apprezzare questa mia necessità rimanendomi accanto, qualcun altro, invece, non ha retto e l’ho perduto strada facendo.
Mi mancano tanti di loro, perché chi è andato non può essere mai sostituito da chi viene dopo, chi pensa che sia così afferma una stronzata.
Ho amato per come sono riuscito ad amare, vivendo amori travagliati che in alcuni frangenti mi sono stati troppo stretti e ho scalciato e ho lasciato e sono stato lasciato per questo.
Ogni storia un’emozione diversa e una lezione diversa.
Il mio quaderno degli appunti, pur pieno, è ben lontano dall’ultima pagina.
Poi sei arrivata tu e mi hai mostrato delle deficienze comportamentali che io non vedevo, ma sottolineando in maniera convincente tutto il buono che ho.
Ho rifondato principi e sensazioni per averti accanto, maturato aspetti del tutto nuovi, avallando cose che mai in passato avrei preso in considerazione, superando prove durissime sicuro ne valesse sempre la pena, fino ad inebriarmi, completamente, della tua presenza tangibile nella mia vita. Un lavoro enorme sulla mia persona, ho cambiato tante cose, tante che in quello sciocco schemino che tengo nascosto nella scrivania, quasi non me ne capacito, eppure sono riuscito a sbagliare di nuovo.
Non ci sono giustificazioni, io ho sbagliato e tu hai ragione. Evidentemente per apprendere l’ultima triste lezione, dovevo sbagliare per ben tre volte.
Che cosa resta? La consapevolezza di aver capito la falla ultima? Sì, ma a quale prezzo? Quello di non poter condividere il raggiungimento di questo traguardo con te?
Chi è causa del suo male pianga se stesso, dicono, ma non ho ulteriore intenzione di piangere, anzi, io ho voglia di ringraziarti, ieri, oggi, domani, perché è attraverso il tuo sacrificio che ci sono arrivato.
Io non so se sarai mai in grado di perdonare i miei sbagli, se riuscirai mai ad accettare che per apprendere quest’ultima lezione ho dovuto sbatterci la testa tre volte, se i brividi che costituiamo insieme non contino più, se non vorrai mai riscuotere cassa per quello che hai speso, ma so che non ho mai apprezzato tanto una persona come ho apprezzato te, che, per quanto mi riguarda, è oltre il concetto stesso di amore, perché è soltanto grazie a te che che negli ultimi due anni la mia persona è cresciuta in questo modo.
Non ho chiuso occhio, stanotte, ovviamente, e sono andato a riprendere il nostro libro, ritrovato i passi, tramite i post-it in mezzo, di quelle frasi che tanto hanno inciso, per questo stamattina non ho potuto far altro che inviarti quel messaggio, tu sai cosa ha significato per noi. Al solito, soltanto tu puoi capirmi.
Ora il bambino che era seduto al suo posto, su quel banchetto di angoli sbucciati a seguire la lezione, si è diplomato ed è profondamente commosso, perché non poteva esistere insegnante migliore di te.
Mi mancherai sempre tantissimo.

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2 Responses to Eravamo davvero piccoli,

  1. nonconta says:

    Stai su Già.

  2. Sere says:

    Che tenerezza Gianni……

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