È la mia cura.

Il morso al collo della vita, la cellula buona che estirpa quella malata. È la notte che ingoia il giorno, i polmoni che trattengono l’aria, il sorriso che uccide il pianto. Scrivo per me, scrivo perché è un’esigenza, un’attitudine, l’idiosincrasia al silenzio. I rimasugli del caffè sul fondo della tazza, bado anche a quelli, egocentrico nell’attenzione del particolare. È la mia partita più grande questa, inutile nascondersi e mancano poco più di un paio di giorni per avere almeno un’idea sul come andrà a finire. Innegabile che le sfide mi attraggano, innegabile che qualcuna potrei pure perderla – sempre se avessi la capacità di perderla – è quella grande, quella che conta veramente ed ha un’altra preparazione: c’è un mondo di rifiniture e meccanismi e desideri e volontà e organizzazione e calcoli, che vanno oltre qualunque altra consuetudine. Dentro o fuori: c’è differenza tra l’essere vincitori o perdenti. E ti regalo questa notte, me la vivo in bianco, la regalo a te che passi da qui e che ti soffermi a leggere cercando di trovare la tua vita nella mia vita. Tra i pensieri e le realizzazioni di oggi e di ieri. Perché forse il tuo cuscino non è abbastanza comodo, perché forse i tuoi sogni non sono abbastanza sereni. Chissà che tu non abbia un errore da perdonarti e che proprio non riesci a superare. Se hai il dubbio di non aver fatto tutto quello che potevi, che dovevi, tuttavia sono piccolezze, inezie della moralità e della sensibilità che porti scavate dentro l’anima. Volevi solo comprensione, dialogo ed invece ti ritrovi contro dei muri da dover abbattere. Non sai dove andare, come fare e se è possibile aggirarli. Ti aggrappi al resto che hai o che credi di avere e quando vai a stringere le mani e senti che oltre ai polpastrelli, ci sono soltanto i palmi, hai la sensazione che non ci sia molto, che non sia presente quanto desideravi. Sorridi o ti arrabbi, questa è una tua scelta e sono fasi, come tante altre fasi che hai passato e passerai. Come quando i libri ti sono sembrati infiniti a fronte di quell’esame che ha lasciato soltanto delusione; come quella superficialità che è stata utile esclusivamente a svagarti per non riflettere sulle cose che non andavano; come quell’amore che hai perduto senza mai comprendere cosa sia realmente accaduto, magari provando ad argomentare razionalmente delle ragioni che poi sono soltanto emotive; come quella volta che dopo l’ennesimo orgasmo, guardandoti intorno, hai provato un senso di disagio e bisogno di essere altrove, non con quella persona, non in quel posto; come quella volta che contando gli anni già trascorsi hai pensato di avere meno tempo a disposizione, meno possibilità di selezione; come quella volta che i pensieri erano così tanti ad affollarti la testa e che l’unica soluzione per distrarsi era addormentarsi con l’Ipod a suonare nelle orecchie; come quelle volte in cui hai compreso uno sbaglio e non hai avuto l’occasione per dimostrarlo; come in quelle volte che hai agito di impulso e Dio solo sa quanto non avresti voluto farlo; come in quelle volte che hai fatto spazio cercando di togliere possibili riferimenti intorno: non puoi scappare da qualcosa che dentro è ben ramificato; come in quelle volte in cui franando sul divano o il letto, hai sperato che dormendo e non pensando non avresti sofferto le tue nostalgie; come in quelle volte in cui avresti voluto dire “ho capito”, “ho sbagliato” o “mi dispiace” e non c’era più nessuno disposto ad ascoltare; come in quelle volte che l’avevi fatta grossa e non sapevi dove mettere le mani per recuperare; come quando ti addormenti e ti svegli di soprassalto e ripensando al sogno appena sognato ti rammarichi che sia stata soltanto una fantasia. E tutti gli altri passaggi, tutte le altre condizioni vissute e da vivere. Le volte che ce l’hai fatta. Le volte che hai sorriso. Le volte che hai osservato gli altri dall’alto. Le volte che hai mandato al diavolo tutto e tutti. Se potessi darti davvero un consiglio, ti darei quello di fare come faccio da che ricordo, di non abbatterti più del giustificabile, perché è soltanto tempo perso, sprecato, un voler indugiare in una condizione che non solo non ti serve, ma che complica ulteriormente le cose. Lo sai che sei migliore di ieri, figuriamoci di settimane, mesi e anni fa. Hai fatto quello che potevi –  almeno in parte –  e se vorrai altre risposte le troverai davanti e non dietro a quello che hai lasciato. Quando pur valutando i passi falsi, esamino ciò che sono riuscito a costruire finora, sottolineo nuovamente quella sicurezza che mi ha sempre caratterizzato. Non è che io non stia mai male, lo avrai letto, non più tardi di un mese fa stramazzavo al suolo. Eppure guardami ora, potresti dire che io sia la stessa persona? Non solo non sono più quella persona, sono addirittura migliore del miglior me che mi viene in mente. Non è una questione da poco comprendere quando è il momento di fare una linea ed andare a capo. Senza essere troppo cinici, senza esagerare, però se vuoi qualcosa, te la devi andare a prendere, se vuoi raggiungere un risultato, devi combattere e per farlo devi essere superiore a te stesso e al resto. Non stare lì a curare aspetti particolari per piacere agli altri, fai le cose per te, soltanto per te e credimi che gli altri arriveranno comunque. Vivi e vivi per te, è tutto qui, che quando arriva il cameriere a presentarti il conto, puoi fare affidamento sull’unica persona che tu conosca bene veramente: te. Se ti rimane il dubbio, leggiti il mio passato e valuta le mie evoluzioni, ancora meglio se ti ricordassi le tue. E poi sorridi e goditela ripensando a tutte le volte in cui ce l’hai fatta e ce la farai.

..e che la vita ti riservi ciò che serve spero
e piangerai per cose brutte e cose belle spero,
senza rancore e che le tue paure siano pure
e l’allegria mancata poi diventi amore
anche se
e perché solamente il caos della retorica
confonde i gesti e le parole le modifica e
perché Dio mi ha suggerito che ti ho perdonato
e ciò che dice lui l’ho ascoltato,
di notte alla mia età..

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