Caro amico, ti scrivo,

perché non siamo più amici da parecchio, periodo che oggi ha rilevanze minime, fasi della vita che rispetto a quanto è venuto dopo, stento veramente a ricordare, se non per oggettive motivazioni.
Tu sei una di quelle.
Tu sei parte dei dei rancori che ho espresso nel passato: non ho mai accettato il tuo schierarti contro, puntare il dito, semplicemente perché volevi quello che avevo io.
Quello per cui combattevo io.
Considerando i tuoi scarsi risultati generali, adesso più di ieri mi chiedo: com’è vivere di riflesso? Quanto ti è pesato che io abbia fatto il buono e il cattivo tempo in quei giorni?
Com’è vivere in balia degli eventi, non da protagonista, dove un’altra persona decide per te?
Tanto, vero? Tanto da portarti – insieme agli altri – a dover spalare merda ogni qual volta il mio nome è uscito fuori.
E’ dura, eh? Brucia molto, eh?
E’ dura raccogliere solo le briciole quando qualcuno si prende tutto quello che c’è sulla tavola.
Hai peccato d’umiltà.
Ero tornato per chiarire la cosa – io che da sempre non mi guardo indietro – e te ne sei sbattuto, per fare il grande davanti a quei quattro mongoloidi che spero – quantomeno – oggi abbiano smesso di masturbarsi h24 davanti al computer.
Poi però? Che è successo? Vita grama?
Te la rosichi di nascosto per quello che io mi prendo?
Mi apponi etichette senza sapere un cazzo di niente?
Se tu avessi provato a migliorarti, invece che rimanere nel lago stantio delle tue piccole sicurezze, probabilmente, avresti combinato qualcosa di più ed ora non passeresti qui a farti i cazzi miei.
Ma non puoi, perché tu sarai sempre un gregario, uno che non fa la differenza, uno che non c’è l’ha le palle per prendere in mano una situazione.
E allora fatti il sangue amaro, leggiti ‘sto post e resta in silenzio.
Pensare, che t’ho voluto bene.

“Dietro l’ombra di sorrisi e gesti accorti,
sono passati faticando i nostri giorni
e per quanto non sopporti più il tuo odore,
mi fa male dedicarti il mio rancore”
(Tiziano Ferro – Ti voglio bene)

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