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‘tellina

Il cielo è un mantello di velluto scuro tenuto su dalle stelle,

quasi come le puntine da disegno che mantenevano cartelloni e cartine sui muri delle classi.
In questa vigilia dell’ultimo dell’anno, viene naturale osservare quello che è andato, quello che sarà, quello che è, come se davvero vi fosse una frattura netta fra prima e dopo, fra oggi e domani: stronzate.
Guardami, guardati e ora dimmi: perché sei qui? Perché mi stai leggendo? Che cosa ti aspetti? È curiosità, è nostalgia, è affetto, è stima, è rabbia, è amore, è malinconia? Io non sono tutto il male e non sono tutto il bene. Se vuoi fare qualcosa, devi farlo concretamente: c’è differenza fra un pensiero e un gesto, fra esserci e non esserci. Credi davvero di aver fatto abbastanza, di aver espresso il tuo meglio ancora e ancora? O c’è un tarlo, un fottutissimo tarlo che non riesci a zittire?
Io non sono come te, ma nemmeno migliore di te, chiunque tu sia, semplicemente muovo i miei passi qualunque cosa accade, non lascio che le cose facciano banalmente il loro corso, anche sbagliando e non ne rendo conto a nessuno.
L’orgoglio e il rancore sono una limitazione all’esistere, non so più come cazzo spiegarlo.

Corri e fottitene dell’orgoglio, ne ha rovinati più lui che il petrolio
(Vasco Rossi – Giocala)

Il riverbero del display del Mac rifrange la luce tutta intorno sui mobili laccati di bianco ed ipnotizza come qualche immagine che strappo fuori e che – forse – ho sepolto troppo repentinamente: un bacio, un sorriso, una carezza, un orgasmo, uno sguardo, un silenzio, un dolore, un assenso. Trecentosessantacinque giorni sembrano un’infinità, ma a voltarsi ora e guardarli lì, così, tutti in fila dietro alle spalle, sembrano molti di meno. La sicumera dell’ultimo, che se ne va festante nell’avvicendamento fra il vecchio e il nuovo, quasi mi infastidisce, ma in fondo rimarrà un bel ricordo anche di lui, come di tutti quelli prima di lui che per più di trent’anni ho immortalato tra spumante e pandoro (no, non mi piace il panettone). Quando leggerai queste righe, sarò fra persone sconosciute in un ambiente mai visto, per via di una esigenza mia nata proprio nelle ultime ore.
A discapito di quanto potresti credere, è stato un anno ricco, fondamentale anche, cosciente che avrei potuto fare di meglio, ma pure parecchio di peggio.

Il vero casino della vita, pensò, era dover fare i conti con i problemi altrui
(Charles Bukowski – Un universo poco accomodante)

Ho conosciuto lati della mia persona che ignoravo completamente e che a loro volta mi hanno spinto a rimuovere diverse limitazioni che mi autoimponevo per via di qualche latitante, inconscia, insicurezza.

Ora sono libero, un uomo, oltre
(Claudio Baglioni – Pace)

Ho avuto la capacità di combattere – testa bassa e cuore oltre l’ostacolo – per avere accanto una persona che ho amato disperatamente, nonostante tutto e tutti e di godermi ogni sfumatura del bello che abbiamo potuto, errori o non errori, bugie o non bugie, scuse o non scuse e non rimpiango proprio un cazzo di niente.

A me resta il colore del grano
(Antoine de Saint-Exupéry – Il piccolo principe)

Ho firmato un salato atto notarile per l’acquisto di una casa che mi terrà compagnia per diversi anni e diventerà inevitabilmente il nido dal quale ripartire ogni giorno e nel quale chiudere ogni notte: la mia oasi nel mondo. Ho comprato una macchina che ho scelto esattamente per come la volevo, nessun compromesso, come nessuna rata. Ho ritrovato persone abbandonate negli ieri e che ora sono cosciente saranno presenti anche nei miei domani; ho conosciuto il sapore e l’odore di nuove vite lungo il percorso e ho consolidato affetti che sono imprescindibili e senza alcun secondo fine.
Ho riscoperto alcuni valori, dimenticati o occultati per comodità, ma verso i quali – per il mio benessere – non potrò più andare contro. Sono uscito dalla zona di comfort ed ho lottato con alcune paure che tentennavo ad affrontare e compiuto gesti che pensavo avrei posposto. Per via del suo assurdo atteggiamento, c’è una ragazza che ogni tanto s’infila nei pensieri e che sa farmi ridere e scuotere la testa come un cretino davanti alle staffette che propone; due genitori e due fratelli che – anche se non gli riesce bene – provano ad essere una famiglia, ma, soprattutto, ho me, ho Gianni.
Gianni che si prende la briga di rialzarsi dalla merda quando ci cade dentro con tutte le scarpe per via delle puttanate che sa commettere. Gianni che conosce il prezzo dell’abbandono, della sconfitta, ma che ha i coglioni per saldare ogni cosa e rimettersi in corsa. Gianni che ha quella cazzo di passione che gli impone di non arrendersi mai e progettare e realizzare. Gianni che saltuariamente ha di nuovo gli occhi di un bambino e momenti da cucciolone, che ci mette ancora la faccia. Gianni che ha la rabbia e la testa per ricordarsi che c’è ancora tanto, tanto da fare, senza dimenticare.

Un uomo forte crea la fortuna da solo
(Gregory David Roberts – Shantaram)

Nessuna atarassia per me, niente da fare e nessuna autocelebrazione, so semplicemente bene chi sono adesso e al solito ti ringrazio, di cuore, per il supporto costante, preciso, puntuale, a tratti ingombrante, esagerato, pure se allo stesso modo so che non offro mai abbastanza per ripagarti come sarebbe giusto o come forse egoisticamente vorresti.
Ogni giorno costituiamo legami e alcuni di essi vanno oltre il tempo, lo spazio e i cambiamenti imposti: non li vincerai, farai prima ad arrenderti.

Non gridò. Cadde dolcemente come cade un albero. Non fece neppure rumore sulla sabbia
(Antoine de Saint-Exupéry – Il piccolo principe)

Ciò che ti auguro, e non soltanto per oggi, bensì per ogni giorno a venire, è che tu possa vivere costantemente quello che senti nel profondo e non di certo quello che devi, perché seguire e appagare quella parte di noi – purtroppo nascosta da strati di contesti sociali utili solo per piacere agli altri – è l’unica cosa per cui vale la pena esistere a questo mondo.

Finché non trovi qualcosa per cui lottare ti accontenti di qualcosa contro cui lottare
(Chuck Palahniuk – Soffocare)

Ora l’onestà d’intenti tocca a te, perché dire “ci provo” è una cosa, provarci sul serio è un’altra.

Buon anno davvero, buona vita e, soprattutto, buon coraggio.

Gianni

Il dopo diventa il prima di poi,

quando quanto attendi finalmente arriva e inizia un’ulteriore corsa.
Ognuno porta a spasso il proprio dolore, nelle attese disattese troppe volte.
In quante occasioni ci si chiude in un angolo a sopportare un’assenza.
E quello che servirebbe è quello che non si ha mai il coraggio di volere.
Ho visto storie campare sull’inerzia di un desiderio morto un attimo dopo.
La vita non può essere un resistere, tutto al più un esistere.
Io sono quello che ancora ci crede, quello che si emoziona per un gesto inaspettato, per il sorriso di una persona che non aveva considerato o quello che raccoglie gli stracci di rimasugli e ne edifica un castello.
Imperfetto, perché non saprei cosa farmene di un me che non rincorre un’altra meta, uno step successivo.
Quando mi esprimo lo faccio con cognizione di causa e quando ascolto non c’è la nuvoletta di Homer con una ciambella a distrarmi.
Ho i miei momenti, questo sì, specialmente in questo periodo, che è stato quello dei “no”.
Non mi ricordo quante volte l’ho ripetuto, ma è stato sempre “no”.
Perché se il cuore non batte, non ce la faccio a mettermi in gioco, se non nasce da dentro, l’esterno rimane con una smorfia perplessa. Non ho mai amato la meccanica del sesso distaccato dalle emozioni.
Ma poi ti mettono sul banco degli imputati, convinti che tre parole metaforiche lette qui o che le frasi di chiacchieroni che bisognano di un certo ritorno, siano la verità assoluta, la realtà ineluttabile di quel che vivo.
Allora mi domando se il problema sia io che non esprimo pubblicamente quel che sto respirando nel presente in cui sono o se il problema sia di chi ha bisogno di collocarmi in un certo ruolo/contesto per gestire il proprio sé, nella convinzione di conoscermi meglio di quanto mi conosca io.
Me ne giro una.

Ti ho ascoltata in quel monologo,

non tanto per l’esattezza di quanto esprimevi, ma perché non ti avevo mai vista così determinata nelle tue esternazioni. Avevi questa gestualità – la stessa che ho riportato nel romanzo – che mi impallava lo sguardo. Chissà cosa sarebbe successo se fossimo stati gli stessi, ben sei anni fa.
Forse staremmo ancora insieme. Non so.
Proprio ieri stavo sistemando i post dedicati al nostro periodo –  non finirò mai di ripristinare tutto – e la cosa che mi ha colpito maggiormente, è stato il vedermi così diverso da quello che ero: quanta strada camminata.
Ci sarebbe stato quasi da ridere, se non fosse che ti ponevi con una serietà disarmante.
“Ma che ti serve ancora?”
Niente più, Ste’, le due frasi che ti ho riportato – fidati – mi sono rimaste incollate sulla pelle e su di queste ho fatto leva dal primo istante.
Io, l’ombra che andò via, costeggiando il muro o restando lì.
“Io da te mi aspetto determinate reazioni”.
Una vita che non bevevo una corona e poi mi ha fatto piacere farlo così, in mezzo alla strada, senza vincoli strutturali, sociali. Una delle cose che mi piace di più del nostro rapporto attuale, è che io non debba mai star lì a far calcoli, ma, semplicemente, dire ed esprimere quello che ho voglia di esprimere.
Quella coppia un po’ triste nella Ka, mi aveva distolto.
Se almeno i miei avessero capito da principio, invece di farmi passare una notte in bianco a discutere a chiudere legami e rapporti così importanti, probabilmente sarei stato in parte riposato.
Sonno di amnesia, che non dormo più, ma non ho finito di esistere. Con quest’energia, cresco la virtù di resistere.
“Ma tu che vuoi? No perché altrimenti il problema saresti tu e alzerei le mani”.
E le avevi già alzate sul serio: eravamo un buon teatro filtrati dai vetri sporchi di acqua stantia. Sul cosa voglio, beh, ti ho evitato discorsi generali, perché era inutile girarci intorno: ho sempre obiettivi definiti.
Se il passo determinante di questi giorni è l’acquisto di casa, quello immediatamente successivo o contemporaneo ruota attorno alla pubblicazione del secondo romanzo con tutto il marketing annesso e, infine,  pensando all’amore, mi è tornata in mente quella frase di Palahniuk che mi era rimasta impressa mentre leggevo “Soffocare”:

Io ho bisogno che qualcuno abbia bisogno di me, ecco cosa. Ho bisogno di qualcuno per cui essere indispensabile. Di una persona che si divori tutto il mio tempo libero, il mio ego, la mia attenzione. Qualcuno che dipenda da me. Una dipendenza reciproca. Come una medicina, che può farti bene e male al tempo stesso.

Poi il sonno della notte trascorsa a litigare, è venuto a farmi visita e allora mi hai riaccompagnato, abbracciato e ho capito, dopo tutto questo tempo, che io sono proprio contento di tutto quello che è accaduto finora, ho capito che è servito pure il male che ci siamo fatti noi due, se adesso riesco a parlarti così e a viverti con l’affetto e la stima che provo.

Sogno di colei che è la mia follia – mai questa ferita, rimargina – che dai libri miei ha strappato via l’ultima pagina.
Non ho mai smesso di cercarmi e mi sono ritrovato, anche riflesso da te.
Grazie Ste’, davvero.

L’amore va così, come in altra maniera non potrebbe:

arriva che non te l’aspetti, offre mostrandoti il meglio di sé, prende il meglio di te, e, spesso, se ne va lasciando vuoto e smarrimento. Un percorso già conosciuto che molti di noi hanno affrontato più volte. Passaggi dovuti, strade battute, mentre la vita si snoda nelle traiettorie che abbiamo pianificato o che, semplicemente, si disegnano. Non ne possiamo fare a meno, comunque. Avrei voluto che non se ne andasse ogni volta, che restasse per tutto il tempo che avevo stabilito, necessario, richiamarlo quasi a comando, ma non funziona così, la seduzione può essere una materia di studio, si può imparare ed applicare, tuttavia i sentimenti nascono e muoiono per condizioni e condizionamenti che niente hanno a che fare con il banale fare colpo. Tutto questo per dirti che – prescindendo i tuoi sentimenti o non sentimenti nei miei confronti – mi strugge il non riuscire ad amarti come allora, il non sentire più quel batticuore, quel bisogno atavico che nutrivo allora. Non è colpa tua, non è colpa mia, semplicemente – ed evidentemente – il nostro tempo era quello, non questo. Forse ce ne sarà un altro, forse no, ma non appartiene a questo presente. Mai avrei pensato di riaverti nella mia vita in una sorta di quotidianità, mai avrei pensato che saresti tornata e in parte ciò mi ha anche emozionato, oltre, chiaramente, al farmi piacere. Ti evito la tiritera del sono cambiato, cresciuto, sono un uomo e tutte le mie celebrazioni inutili: quello che sono oggi lo hai visto ed è palese che sia diverso da quello che ero. Cinque anni sono un periodo enorme. Anche io ti ho trovata diversa, certo. Nonostante le tue consuete confusioni, mi sembri molto più sicura, più decisa ed assolutamente migliore dell’immagine di te che avevo costruito – falsamente – in questi anni. Perché succede proprio così, ci facciamo un’idea di una persona credendo di conoscerla e poi scopriamo, ritrovandola, che magari è migliore o peggiore, ma non in linea alle nostre fantasie inerenti. Mi viene quasi da sbuffare, quanti rapporti persi per delle idiozie, semplicemente per dei momenti no, delle non comprensioni che potevano essere superate. Dunque mi dispiace che sia andata così, perché credo che – seppure in un modo diverso – avremmo potuto offrirci ancora molto, mediocri non lo siamo mai stati. In fondo, è colpa dell’amore, mi è sempre dispiaciuto dopo una chiusura, di smettere di provarne, evidentemente, come il mio nuovo romanzo che è ormai ultimato, noi abbiamo una nuova storia da vivere con altre persone e sono certo che, presto o tardi, riusciremo a trovare una via per superare questa empasse attuale: voglio solo il meglio per te. Il filo, no?

Ciao ‘tellina.

Tu sei quel desiderio

che non dovrei avere, quel pensiero che rimane ai margini e che lo stesso si evidenzia, le parole che non posso dirti per via delle complicazioni inevitabili, la contentezza prima di addormentarmi, la curiosità che non potrò togliermi, la voglia da sopire con la ragione.
Tu, invece, sei la nostalgia di un tempo che non riavrò indietro, di quella precarietà dei luoghi che non sentivo miei, dei giorni in cui ti ho sospirata, delle distanze e delle non comprensioni, di quegli applausi con i quali si chiudeva tutto, della tua capacità naturale di capire come sto dentro.
Tu, ancora, l’esigenza di un contatto, la necessità di un altro abbraccio, di un’altra occasione, il fastidio dei silenzi, delle cose non dette, la mia intimità.
E poi tu, che ci sei sempre stata, che ti ho persa e ritrovata, che mi hai sempre fatto sentire che potessi essere quella giusta, quella dove le cose magari non sarebbero finite e forse è proprio per questo che lo stesso ti ho lasciata andare, per poterti anelare anche domani.
Infine, tu, che sei la bellezza che ogni ragazzo vorrebbe accanto, la dolcezza e il bisogno di sicurezza, l’attesa e la speranza, il mio essere uomo e il saperlo dimostrare.
È proprio brava la vita a creare scompiglio, esodi del cuore che ha sempre strane fantasie, proprio quelle che non ti aspetti, quelle che non supponi e lo stesso mi piace, perché mi sorprende e mi spinge a trovare nuove coordinate, evoluzioni che fino a qualche giorno prima non avrei nemmeno immaginato. È come quando il telefono squilla e dall’altra parte, la voce che ascolti, è di chi non ti attendi e ti colpisce e il viso si spacca in orizzontale in un sorriso.
Anche se il centro non sono solamente sentimenti – i progetti e le mete da realizzare contano stramaledettamente dal mio punto di vista – è altrettanto vero che sono molto rilevanti, fondamentali per affrontare le cose con ancora più entusiasmo.

Il bello è tornato in pieno e il meglio è a due passi da qui.

..Mi spiace se ho peccato,
mi spiace se ho sbagliato,
se non ci sono stato,
se non sono tornato..
(Vinicio Caposella – Ovunque proteggi)