Archivio dei post

Categorie

Romanzi

Si snodano i titoli di coda

anche per il 2012 e – come ogni anno – pare sia sempre questo il momento giusto per stilare bilanci e proporre buoni propositi. Non che ne avverta particolarmente il bisogno o lo stacco: domani, per quanto mi riguarda, sarà soltanto il proseguimento di giorni che si inseguono. Eppure, da quel capodanno passato a casa di conoscenti che da allora ho rivisto raramente (chiedo venia), di cose ne sono cambiate molte.
Mi ricordo bene, proprio bene.
Ero lì, inchiodato al passato e sotto una coltre di vorrei che non riuscivo a definire, col cuore ansante e assediato dal peso delle assenze che – incredibilmente – diventavano compagnie e speranze. Ero lì, nell’attesa snervante di una casa che avevo già acquistato, ma che non potevo ancora rendere mia. Ero lì, nelle sere piegate sullo schermo di un Mac nello snocciolare una trama fitta per un terzo e conclusivo romanzo. Ero lì nella rabbia di chi andava, nella felicità di chi arrivava, nelle soddisfazioni che contribuivo ad offrire e conquistare.
E chiedo scusa se non da subito ho capito quel che realmente necessitavo, ferendo nei miei andirivieni. Chiedo scusa se ho posto barriere, preso distanze. Chiedo scusa se non sono più capace ad essere tollerante. Chiedo scusa se le mie scelte – direttamente od indirettamente – hanno ferito.
Chiedo scusa, ma sono contento di quel che è, di quello che – evidentemente – sarà.
E allora buon anno, buon anno a chi ha capito, a chi ha offeso, a chi ha creduto, a chi ha sbagliato, a chi se la gode, a chi soffre, a chi è arrabbiato e a chi se ne frega. Buon anno a chi c’è e a chi ha scelto di non esserci, a chi ha pagato e a chi sta ancora pagando. A chi mi ringrazia e a chi ringrazio, buon anno, soprattutto, a me e a te.

Un anno è un attimo
(Noi no – Claudio Baglioni)

Perché c’è questa convinzione,

questa idealizzazione di eternità che poi effettivamente non c’è. Noi stessi non siamo per sempre, siamo di passaggio sulla pellicola del mondo. Vale la pena fossilizzarsi tra rancori e le diatribe inutili? Tra i dubbi del fare e il non fare? E se domani ti dicessero che il tuo tempo è oggettivamente in scadenza a breve? Ne sarebbe valsa la pena? C’è chi aspetta e c’è chi vive. Ed è per questo che è adesso, è adesso che devi prendere tutto quello che devi prendere. Quante volte ti sei fermato e non hai fatto, non hai detto, non hai provato per poi tornare sui tuoi passi con la coda tra le gambe? Per quale ragione? Per la paura di un rifiuto? Per il timore del giudizio altrui? Per un fallimento? Per una porta sbattuta in faccia? Ma tu a chi diavolo devi rendere conto? Agli altri o a te? E non è meglio un no – per quanto fastidioso – al campare sul davanzale di speranze che da sole non si realizzeranno mai? Sono dell’altra fazione, di quelli che comunque hanno provato, di quelli che comunque ci provano. Per cui quando verrai a chiedermi consiglio, non potrò che ripeterti questo: mettiti in testa che se non ti lanci, se non osi, se non affronti, fai soltanto un torto verso te stesso. I limiti che avverti, sono impostati da te e dall’educazione che hai subito, cosa aspetti a rimuoverli? Se tu pensi che la vita sia attendere, fallo pure, non verrò certo io a smuoverti dalla tua empasse, ma se credi di meritare qualcosa di più di uno sbiadito presente ancorato sulle spalle del passato, beh, che cosa stai aspettando? Se non te la costruisci tu la strada per la realizzazione di quel che vuoi, credimi, non ci sarà nessuno disposto a farlo per te. Quant’è che rimandi quella telefonata? Quant’è che rimandi delle scuse? Quant’è che non ti alzi dalla sedia nel comfort delle tue – patetiche – sicurezze, per dire qualcosa a qualcuno/a? Quant’è che non affronti le tue paure? Fallo, cazzo! Fallo. Pure se devi dire soltanto “vaffanculo”. Te lo devi, per dare un senso alla possibilità che hai avuto da quando hai staccato il tuo biglietto per il viaggio in questa vita. Sono imperfetto molto più di quanto non vorrei, eppure poi mi parli di quanto mi stimi, di capacità univoche nella mia persona. SBAGLI! Già il solo piacere di dire: “io ce l’ho fatta, io ci provo”, vale il tuo massimo impegno, ma credimi, ne basta una parte infinitesimale. A volte saltare il fosso è dura, quel lancio nel vuoto è una stretta allo stomaco, è gola secca, è riflessioni che portano a sublimazioni negative, però è tutto nel fare quel salto, che poi una volta effettuato, ti rendi conto che il fosso non era né così profondo né così ampio. Smettila di passare le giornate su Facebook o MSN, sul fiume dei ricordi, nelle bugie che dici a te stesso tra frasi e topic e gruppi dei tristi. Vivi. Vivi, adesso. Non perché te lo dico io, ma per te, perché te lo meriti. Nel mio primo romanzo ho dipinto la stronza per eccellenza – Chiara – e la debole per eccellenza – Sara – e per ovvi motivi, per chi lo ha letto, non ho da farvi leggere di quest’ultima, ma posso farti vedere come è andata alla prima. Sono stanco di augurare buona vita e buona fortuna in giro, preferisco augurarti una buona volontà e una buona costruzione di vita. Dipende SOLO da te.

Vi lascio col paragrafo relativo a Chiara.

«Basta! Basta così, ne ho abbastanza. Trovatene un’altra disposta a sopportarti, per quanto mi riguarda per te ho fatto anche troppo!» Urla Chiara e Simone nemmeno l’ascolta: la ignora tranquillamente, molto più preso dal film alla televisione che da quella bellezza eccentrica che si trova davanti.

«Quella è la porta e se ti scansassi, forse riuscirei a godermi la fine del giallo.» Dice lui annoiato, quasi abituato a certe isterie femminili: molti uomini vedendolo, invidierebbero i suoi modi.

«Ah è così? Non ti interessa nulla? Bene. Torno da mia madre, non farti più sentire!» Urla Chiara nuovamente e Simone fa un cenno della mano per eludere quelle che per lui sono parole prive di fondamenta.

«Vai bella, vai…» Dice lui e Chiara, esausta dalla situazione, prende la borsa, da un’occhiata all’interno affinché sia sicura che ci sia tutto e si sbatte la porta alle spalle.

Eccola qui Chiara. La bella, seducente e spietata Chiara. Quante cose sono cambiate da quella sera in cui ha deriso Mattia così come Ico e tutti i ragazzi vissuti prima di loro. Eccola qui la Chiara dei rimpianti, quella che vorrebbe tornare sui propri passi, spossata, insicura, goffa nelle scelte, incantevole soltanto esteriormente.

Sbatte i palmi con violenza contro l’ascensore che tarda ad arrivare al piano. Prova a trattenere la rabbia, ma ansima dal nervoso. I suoi splendidi occhi non sono più determinati come un tempo, lei non è più forte come un tempo, nulla è più come un tempo. Perché è vero che il tempo è galantuomo, ma non lo è con chi non si è curato del male che ha arrecato, del dolore che ha imposto, dell’egoismo che ha provato. Si raccoglie quanto si semina, dunque. E Chiara lo sa, ha seminato poco e male, cercando sempre di afferrare tutto e subito, senza mai davvero considerare le conseguenze del suo operato.

Con collera aggiuntiva, preme il pulsante per scendere al pian terreno e qualche secondo dopo raggiunge la macchina e con mani tremanti, infila la chiave nella serratura della Fiesta ed entra.

«Bastardo!» Grida ancora più incattivita. «Me la pagherai, quanto è vero Dio, me la pagherai!» Aggiunge colpendo il volante con i pugni chiusi.

Avvia l’auto, esce dal parcheggio e si immette al centro della carreggiata. Le lacrime le scivolano abbondanti dagli occhi che sono diventati due fessure. Si domanda come abbia potuto farlo. Come Simone abbia avuto non solo la capacità di riuscirci, ma anche e solamente il desiderio di tradirla. Eppure lei dovrebbe saperlo bene, dovrebbe ricordare quando stare con un uomo era un atto utile a riempire le giornate, ricevere attenzioni, un dare giovamento a quell’ego malato colpito da tenia.

Chi sbaglia paga. Semplice e banale e comunque sempre attuale. E per quanto provi a rifuggire questo concetto, finisce con i pensieri a ripescare – random –  tutte le situazioni in cui avrebbe potuto ovviare diversamente, non guardando soltanto ai propri interessi, non ferendo solamente. Sono passati però troppi treni e lei lo sa ed è forse questo che non riesce a tollerare, più della scappatella e dei modi di Simone.

A farle da sottofondo, il rumore di strada, delle macchine che le passano accanto, le vibrazioni del motore, nessuna canzone, lo stereo è spento. Arriva finalmente a casa, incespica con la chiave per aprire la porta entra e poggiando malamente la borsa sul mobile di fianco all’entrata, la stessa cade, rovesciando a terra il contenuto.

«Dio!» Esclama fuori di testa.

Tuttavia Dio è occupato in qualcosa di meglio e più importante, perché non l’ascolta, perché il nervoso che prova rimane tale e quale.

«Chiara! Ma che ci fai qui a quest’ora?» Domanda Marina, sua madre, che sentendo tutto quel rumore si è svegliata di soprassalto ed è accorsa all’ingresso.

«Non voglio parlarne, è un brutto momento, mamma.» Risponde Chiara provando a raccogliere tutto quello che è caduto.

Le mani però non sono ferme e finisce per dare un calcio alla borsa per l’esasperazione, riuscendo a recuperare solamente il cellulare.

«Hai discusso con Simone? È successo qualcosa di grave?» Domanda di nuovo sua madre, preoccupata per quella follia isterica.

«Ho detto che non ne voglio parlare. Me ne vado in camera.» Risponde Chiara, sfilandole davanti e lasciando Marina così, di sasso, come se non avesse assolutamente voce in capitolo, come se essere la donna che l’ha partorita e cresciuta non avesse alcuna valenza.

Marina non aggiunge altro, prova a sistemare le cose a terra e Chiara si chiude in camera lasciandosi scivolare sul letto.

«Bastardo…» Rumoreggia stringendo i denti.

Colpisce il letto con un pugno, un gesto assolutamente inutile nell’inutilità di un reiterarsi di condizioni causate unicamente da lei.

Poi ha un attimo, un solo attimo di lucidità.

«Mattia.» Dice come riuscendo a centrare col pensiero, qualcosa che non era ancora ben definito. «Ho bisogno di Mattia.» Ripete a se stessa quasi che facendolo lui possa avvertirlo in quel breve lampo che le ha attraversato il cervello in panne. «Mattia mi amava sul serio, non mi avrebbe mai fatto del male. Il mio Mattia…» Dice ancora e si abbandona ad altre lacrime, lacrime che non le permettono di guardare nitidamente il display del cellulare.

Si stropiccia gli occhi con forza, il rimmel e la matita le macchiano il viso, l’incanto che traspariva da ogni suo lato perde totalmente di spessore. Veloce, con quelle dita di unghie ricostruite, cerca Mattia tra i contatti della rubrica, ma del suo nome nessuna traccia.

«No! Non posso averlo cancellato!» Lamenta riguardando con più attenzione e trovando solamente quella bieca verità.

«Non è possibile… Non posso averlo fatto..» Dice ancora fin tanto non le torna in mente quella sera in cui troppo sicura ha fatto pulizie nella rubrica, eliminando anche il contatto di Mattia.

Mattia ora può essere semplicemente un desiderio irrealizzabile, perché è svanito così come aveva detto quella notte, quando le ha gridato addosso che non l’avrebbe più cercata, anche se nel cuore portava soltanto lei e per lei avrebbe fatto di tutto. Soltanto ora si rende conto del valore di quel ragazzo, comprendendo quanto l’avesse fatto soffrire per quei suoi capricci e di quanto lui sia stato coerente tenendo fede alla promessa di sparire dalla sua vita. E adesso che lei ha capito, adesso che sa che proprio con lui avrebbe potuto essere davvero felice, non può nemmeno contattarlo, scusarsi.

Si lascia cadere di nuovo sul letto in un pianto che sembra non avere fine, fin tanto la notte non le concede quel sonno che inevitabilmente fa da apripista per gli incubi che sono venuti a trovarla.

È trascorso un anno dalla pubblicazione

e dalla messa in vendita di “tutto quello che resta” dapprima sul sito dell’editore, poi come alcuni di voi ricorderanno, assegnato l’ISBN, è stato possibile acquistare lo stesso anche attraverso i normali canali di distribuzione. Diciamocelo, è stata una enorme scommessa. Una scommessa faticosa alla quale non tutti credevano ma che con determinazione e il sostegno di molti di voi e di alcuni in particolare è stata stravinta. Le notti in bianco, il cercare di far quadrare una trama fitta fitta, i momenti di sconforto personali e narrativi e quelli dove – galvanizzato – ho spinto sull’acceleratore fino a digitare l’ultimo punto sul foglio virtuale di word. L’editing infinito; Silvia e altre persone che sono impazzite per trovare possibili incongruenze; i consigli di chi ha letto la bozza; eliminare, tagliare, incollare, riscrivere. Momenti assurdi. Momenti che sono tornati a ripetersi. Dal mio punto di vista TQCR, non è soltanto il mio primo romanzo, è il palesamento che la voglia e la volontà conducono a dei risultati tangibili. Le vendite mi hanno portato indietro – per il diritto d’autore – qualcosa come 514,00€ (spiccioli, ne convengo) e che sono stati realizzati per via della fiducia che mi avete offerto e per il passaparola che evidentemente avete attuato. Suddetta cifra, verrà utilizzata per la prossima presentazione, per creare un evento migliore di quello della scorsa volta. Potevo fare di più e meglio, certo, ed è per questo che sto lavorando meticolosamente su “di un amore”, per le mie e per le vostre aspettative. Settimana entrante firmerò un contratto con un’altra casa editrice, più grande della Boopen, a garanzia di una maggiore pubblicità e migliore distribuzione. Se avete avuto la voglia e la costanza di seguirmi anche in questo percorso finora, beh, restate sintonizzati, ne vedremo delle belle insieme. Chiara, Mattia, Ico e gli altri, stanno tornando. Ancora grazie per tutto il sostegno, il sogno continua e c’è tanto del vostro.

Sono passati diversi giorni

dall’ultimo aggiornamento, dall’ultima scelta, dall’ultimo cambiamento. Giorni che ho vissuto sull’altalena di umori contrastanti, di sensazioni agli antipodi l’una dall’altra. È che la vita non va mai come te l’aspetti: ti fai due conti, immagini, speri, tuttavia nulla o quasi si concretizza come avevi pensato. Ed è per questo che mi attacco con così tanta insistenza al presente e me la vivo giorno per giorno. D’altronde è ormai un dato di fatto che vivere a lunga scadenza non fa per me. Meglio gustarsi ciò che c’è senza ansie, senza paure per quello che sarà.
Per dare immediata tangibilità al presente, ho ripreso “di un amore” in mano ed è il caso di stringere un po’ i tempi, voglio pubblicarlo entro quest’anno e in tutt’altra maniera. I feedback ricevuti da tutti quanti voi per “tutto quello che resta” sono stati di un’importanza fondamentale per correggere errori narrativi, vizi di forma varia. Sono stato colpito, anche, di quanto alcuni passaggi vi siano sembrati vostri, di quanto (specialmente nei discorsi femminili) alcune di voi si siano ritrovate. Non credevo di riuscire a farlo in questa maniera.
Siamo poi a meno di dieci giorni dal mio compleanno, ma non mi sento molto diverso da com’ero l’anno scorso, semplicemente, il tempo trascorre troppo in fretta.
E l’ultimo pensiero di questo post va alla persona che mi punta sempre l’indice contro, lei sa.
Buona settimana a tutti

Ad un passo dalla fine di questo 2008

e non potevo esimermi dal bilancio di quello che è stato. Un anno pieno, intenso, divertente, stressante, emozionante, logorante. Sapevo già, non appena iniziato, che sarebbe stato un tempo di transizione, un cavalcavia tra un periodo e un altro, molto più netto di tanti altri momenti. Ora è tutto più nitido, più definito, più certo di quanto non lo fosse alla fine di quel 2007 che ha chiesto a voce alta diversi cambiamenti. Gli addii con Francesca e Manu mi hanno ben esplicato che non era più il momento per le storie, che al di là delle responsabilità dell’una o dell’altra parte, avevo bisogno di recuperare spazi per me, per quella mia individualità che troppo spesso è andata a sbattere dietro le esigenze altrui. E così il primo passo era stato quello di accentrarmi di nuovo, riprendere fiato e lavorare sodo sull’appagare i miei bisogni. Una lunga scala da salire gradino dopo gradino, per poi arrivare in cima e stare semplicemente bene con se stessi. È andata così, il traguardo raggiunto e ho fatto pace con me, con le mie manie, con le mie malinconie, nostalgie, con le mie allegrie troppo brevi. E di questo anno che si sta per congedare, c’è anche altro che voglio ricordare. La paura inenarrabile dell’intervento di mio papà e la felicità mista a tristezza di quando l’ho visto in terapia intensiva e la contentezza assoluta di quando è tornato a casa e stava finalmente bene. Il punto messo accanto alla parola “piove” di “tutto quello che resta” e il giorno in cui ho fatto la mini presentazione. Le notti brave al John Bull e le serate senza far niente. Le nuove porte aperte e le persone che sono arrivate a poco a poco e quelle che hanno confermato la loro presenza. Vorrei nominare decine e decine di voi, ma finirei per dimenticarmi di qualcuno, grazie quindi di cuore a tutti quelli che mi stimano nonostante tanti difetti, che mi incitano quando rallento e che mi supportano costantemente. Io provo ad esserci sempre, dando tutto quello che riesco e nella banalità che in fondo è il capodanno, preferisco augurarvi che ogni giorno sia migliore di quello passato e che dal passato stesso, vi portiate dietro tutto il bello, lasciando la zavorra indietro. Auguri a tutti per tutto. Ci sentiamo il “prossimo anno” almeno su queste pagine virtuali.