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Ogni tanto i confronti con il passato sono necessari,

qualche altra inaspettati, in un’osmosi lenta eppure inesorabile. Una mattina come tante ti connetti a Facebook e trovi un messaggio che ti sbatte in faccia un passato che non ricordavi, non nella sua completezza almeno, in cui credevi che gli errori commessi fossero genuini e che le azioni intraprese – a loro volta – fossero state comprese. Non era andata così, quella volta. Avevo ferito, infierito, ero mancato e chissà, forse, avevo anche sbagliato. In realtà – come la giri la giri – non puoi tornare indietro a rimediare, tutto è – semplicemente – ora.
Non sono la distanza e il silenzio a fare un addio.
Ci sono le bugie, quelle che raccontiamo a noi stessi e agli altri, quelle che coprono le verità che non vogliamo ascoltare o che non vogliamo raccontare per il bisogno di apparire migliori, di uscirne meglio.
Giustificazioni, quante?
Prendersi le proprie responsabilità è un fardello che non vogliamo portare.
Rammenti l’ultima volta che non hai dovuto mentire per vivere?
E una luce opaca, filtrata, era quella che s’insidiava nelle pieghe di una coperta pronta all’inverno, nel tuo abbraccio sempre generoso, sempre disponibile, pure quando poi vuoi tenere il punto, testarda, orgogliosa, figlia di principi che condividi, ma che non servono.
E quella telefonata di un amico lontano sei anni che, nonostante il tempo passato, ha lo stesso calore di allora.
A volte la vita è come una troia che domanda il grande amore.

Le domande più intense e le risposte più vere,

fanno capolino sempre di notte, quasi che di notte vi sia una maggiore possibilità di sincerità verso se stessi e la vita. Non ho idea di quanto abbiamo impiegato ad addormentarci venerdì, ma sorridevo del fatto che sarebbe stato estremamente poco, tra incroci e braccia private della circolazione, i rumori di fuori e il ronzio di messaggi e notifiche varie, un film splatter che girava nella play, la mia digestione indomita.
Alzarsi, roba da audaci. Sarei rimasto a sognare i sogni che non ricordo per giorni e giorni. E tutto questo per dire che non so bene come e quando sia successo, tuttavia mi sono innamorato della tua espressione stropicciata del risveglio. È così e me la vivo per quello che è.
Spesso mi sento di rincorsa nel tentativo effimero di riuscire a portare avanti tutto, quando poi riesco a finire sul divano, dopo un’intensa giornata, penso che dopo non molto arriverai tu, felice come una ragazzina di vedermi.
Anche l’amore si evolve, il mio modo di amare almeno, e la violenza sentimentale che provavo in passato si specchia nella ricerca di una serenità che nella frenesia di questo tempo è un vero e proprio colpo di fortuna.
In fondo abbiamo tutti bisogno di nasconderci dal mondo.
Io mi nascondo con te, magari davanti ad un caffè, quando i doveri e le espressioni d’occasione non servono più.

Qualche volta ci salutiamo senza scambiarci una parola,

tutto è affidato al pensiero e alle naturali emozioni, nessun gesto, nessun tiro di fiato, sguardo. Si va perché si deve andare. Noi eravamo già andati incontro a chi insegnare quello che noi due imparammo insieme (cit.), ma oggi è un andare diverso e per questo diverso ecco queste poche righe. Spero ogni sogno tuo si concretizzi nella maniera migliore possibile, e, soprattutto, ti auguro di non provare mai più quella sensazione di non completo appagamento che ti porti dietro da che ti conosco. Siamo stati un bel pezzo di passione travolgente, bugie inenarrabili, rancori, ossessioni e frustrazioni, tuttavia belli come nessuno nel nostro passato ha potuto capire: qualcosa deve pur aver contato, no? Fai buon viaggio, in bocca al lupo.

Accarezzo l’idea di te, in silenzio,

nessuna pretesa, nessuna richiesta: anche i desideri muoiono, pure quelli che sei certo ti faranno compagnia per tutta la vita. Mi sento vuoto fra queste mura, tra penne, lettere e una manciata di pixel utili a rendere maggiormente nitidi i lineamenti che non ho più davanti. Mi domando cosa fai, se la vita che vivi senza di noi sia lo stessa piena e ricca di quando un noi esisteva.

Il cuore custodisce cause che sei costretto a combattere anche se non vorresti; ma l’egoismo, in fondo, prevale sempre. Fa brutto la realtà, fa brutto quando comprendi che pure un banale vorrei diventa inattuabile, rimango qui, immobile, tra la voglia di te e la negazione che hai lasciato.

Sai? Non mi manchi soltanto per quello che siamo stati, ma per quello che avremmo dovuto essere e, tutt’ora, non riesco a capacitarmi del perché non lo siamo. Eppure lo sapevo. Lo sapevo che il per sempre è la bugia che ci raccontiamo per sigillare il presente, per credere che non ci saranno mutazioni.

I cristalli liquidi esplodono di colori, domandano caratteri a riempire il bianco di una pagina non tangibile, di questo cursore che lampeggia ininterrottamente, stupidamente, allo stesso ritmo. Digito senza sosta. Racconto di me, di te, di chi in un tumulto incrocia la propria esistenza con la mia. Questo spazio virtuale, questo luogo non luogo è il mio post-it sulla bacheca della vita. Il desiderio di fermare un momento fra milioni di altri, come se fosse possibile afferrarlo, il tempo. Come se avesse una consistenza, come se non fosse astratto. L’ultimo viaggio o l’inizio di un altro viaggio.

Ho inseguito la verità ed ho compreso che l’amore è la forza per la quale tutto quanto si muove. Ne ho cercato, dato e avuto tanto, come te, come me, anche se, adesso, ho soltanto la tua assenza a farmi compagnia.
(Dicembre – Siamo proprio io e te)

Provo sempre un po’ l’eccitazione della vigilia davanti ad un Keynote Apple,

non fosse altro che m’innamorai di Steve Jobs, quando nel 2007 presentò quel piccolo gioiellino che era stato il primo iPhone. Parlava di rivoluzione, affermava che nessun altro smartphone potesse essere in grado di fare con la stessa facilità ciò in cui riusciva l’iPhone. Inizialmente fui diffidente, credevo che sarebbe stata una moda passeggera, credevo che alla Apple non sarebbero stati in grado di contrastare l’allora leader del mercato, ovvero la Nokia. Il tempo mi aveva smentito e cedetti alla tentazione. Il mio primo iPhone, il 3GS, fu una sorpresa incredibile. La GUI (Graphic user interface) era anni luce avanti a qualunque altra cosa avessi provato prima, permettendo, con pochi semplici gesti ,di scaricare applicazioni, postare uno status su Facebook, inviare e ricevere e-mail e, incredibilmente, di telefonare. Scherzi a parte, fu davvero qualcosa di diverso tanto da far sembrare gli allora smartphone di punta della casa finlandese, vetusti ed obsoleti. La navigazione era priva di lag, ogni cosa sembrava fatta per funzionare, alla stregua dei Mac, altro prodotto di punta della casa di Cupertino. Certo, c’erano state lamentele, l’assenza del Flash Player come la mancanza di un multitasking e degli MMS si fecero sentire, eppure, entrati nella ruota, si faceva a meno di badarci. I vari aggiornamenti software e le versioni successive (iPhone 4 e 4S) colmarono parte di queste assenze. Oggi, a distanza di cinque anni, si aspetta un’ulteriore rivoluzione con l’iPhone 5. I rumors indicano un terminale molto simile al precedente, maggiormente prestante e con un schermo allungato, anche se di solito i rumors non hanno mai rispecchiato la realtà dei fatti, questa volta sembrano essere davvero veritieri.
Molti di noi appassionati sperano che vengano smentiti, per un effetto sorpresa ancora più corposo.
Non rimane che attendere le diciotto di domani e vedere se il dopo Jobs saprà colpire con la quinta (in verità sesta) incarnazione dell’iPhone.