Francesco De Gregori tra torto e ragione

Francesco De Gregori ha recentemente detto una cosa giusta. Anzi, più di una. Ha dichiarato di sentirsi imbarazzato dal gigantismo dell’industria musicale contemporanea, dalla corsa spasmodica ai numeri, dalla parola “sold out” esibita come una medaglia e dal bisogno continuo di trasformare ogni concerto in una prova di forza. Presentando il suo nuovo progetto dal vivo come una sorta di controcanto al mainstream, ha aggiunto che bisognerebbe tornare a sostenere la musica che nasce dal basso.
Detta così, è difficile dargli torto, perché la musica nasce davvero anche e ancora da lì: nei locali piccoli, nelle radio libere, nelle sale mezze vuote, nei luoghi dove si canta senza sapere se si diventerà mai qualcuno. Vasco Rossi stesso, prima di diventare “Vasco”, è emerso dalla provincia, dalle radio, da una voce non ancora santificata dalle folle. Claudio Baglioni, prima dei record, è cresciuto dentro un sistema discografico che sapeva ancora costruire un artista passo dopo passo, canzone dopo canzone, disco dopo disco. Quindi sì, il basso esiste. Ed è fondamentale.
Il punto, però, è un altro. E richiede il coraggio di porre a De Gregori una domanda meno comoda: sta scegliendo davvero il piccolo, oppure oggi il piccolo è anche l’unico perimetro in cui la sua carriera può realisticamente abitare?
C’è una differenza enorme tra scegliere una dimensione più raccolta quando puoi ancora misurarti con le grandi masse, e nobilitare il piccolo quando il grande non ti aspetta più.
De Gregori non si discute come autore. Ha scritto canzoni entrate nella storia italiana, ha segnato un’epoca con una lingua, un’estetica e un modo di stare dentro la parola che appartengono proprio e solamente a lui. Il “Principe” non è diventato tale per caso. Però la grandezza culturale non coincide sempre con la grandezza popolare. Puoi essere venerato da un pubblico fedele, citato, studiato, difeso, avere un posto altissimo nella storia della canzone d’autore, ma non è detto che tu sia (ancora) dentro la vita larga di un Paese.
Quella vita larga che Baglioni e Vasco, in modi completamente diversi, hanno saputo intercettare e trattenere. Baglioni ha trasformato la vita privata degli italiani in epica popolare: amore, tempo, famiglia, città, adolescenza, solitudine, partenze, ritorni, memoria. Vasco ha preso il disagio, la rabbia, la fragilità e la sopravvivenza emotiva, trasformandoli in appartenenza viscerale. Baglioni ha costruito memoria. Vasco ha costruito rito. De Gregori ha saputo costruire prestigio. Che è moltissimo, ma non è la stessa cosa.
Per decenni, l’etichetta di “canzone impegnata” ha conferito ad alcuni artisti una tacita superiorità culturale. Essere impegnati significava apparire più seri, più profondi, più necessari. E a volte lo erano davvero, però anche l’impegno, a un certo punto, può diventare una postura. Può diventare marchio. Può diventare territorio protetto. Può diventare un modo elegantissimo per stare dentro il mercato fingendo di esserne al di sopra.
Perché il mercato non esiste solo quando fai canzoni d’amore, ritornelli popolari o concerti da stadio. Il mercato esiste anche quando vendi profondità. Quando vendi distanza dal pop. Quando vendi l’idea di essere più alto, più puro, più laterale, più necessario. Solo che sembra più nobile. E quindi lo perdoniamo più facilmente.
Antonello Venditti, proveniente da una matrice vicina, questa cosa l’ha capita prima di altri e, comunque, prima di lui. Ha capito che restando troppo a lungo chiusi nel recinto dell’impegno si può anche guadagnare statura, ma si rischia di perdere sangue, pelle e contatto con la gente. A un certo punto ha allargato il campo. Ha portato dentro le canzoni più amore, più nostalgia, più melodia, più vita quotidiana. Non ha smesso di essere Venditti. Ha capito che, per restare nella memoria collettiva, non bastava più parlare a una parte.
Ed è qui che il discorso diventa più largo. La memoria collettiva non nasce solo da ciò che è culturalmente alto. Nasce da ciò che entra davvero nelle case, nelle automobili, nelle estati, nei viaggi, nelle famiglie, negli amori finiti male, nei concerti, nelle domeniche, nelle adolescenze. Una canzone può essere intelligentissima, politicamente importante, scritta benissimo, tuttavia se resta confinata a una comunità già convinta, genera prestigio e non necessariamente genera Paese.
Ed è sempre qui che emerge la verità più scomoda: De Gregori è memoria culturale. Baglioni e Vasco sono memoria collettiva. Non significa che valgano di più. Significa che hanno avuto una penetrazione diversa.
La politica, per anni, ha dato alla canzone d’autore una forza enorme, ma la politica cambia, si consuma, si polarizza, perde linguaggio comune. Quello che in un’epoca sembra coscienza collettiva, in un’altra può diventare appartenenza di nicchia. E quando una nicchia perde centralità, spesso chi l’ha abitata comincia a chiamare “basso” ciò che prima avrebbe definito semplicemente marginale.
Poi c’è un dettaglio tutt’altro che secondario. Negli ultimi anni, la presenza più capillare di De Gregori nelle case degli italiani è passata anche per la pubblicità. Grandi campagne nazionali, come quelle di ENEL, hanno riportato nel flusso mediatico brani immensi come “La storia” e “Sempre e per sempre”. Due canzoni importanti, due pezzi veri, due brani che appartengono al suo repertorio migliore. Però resta il fatto che oggi una parte della sua presenza più trasversale, quella che arriva anche a chi non compra un biglietto e non cerca un suo disco, passa da spot di un grande gruppo industriale.
E allora la domanda diventa inevitabile: se De Gregori non fosse rientrato nelle case attraverso quelle campagne, quanto sarebbe stato davvero centrale nel discorso mediatico nazionale di questi anni?
Non è un’accusa. È una fotografia. C’è qualcosa di curioso nel criticare il gigantismo dell’industria musicale e poi tornare nella memoria recente attraverso uno dei meccanismi più giganteschi, ripetitivi e ineludibili della comunicazione contemporanea: la pubblicità nazionale. Pianificata ovunque. Ripetuta. Elegante. Emotiva. Impossibile da evitare.
Il punto non è che De Gregori non possa concedere le sue canzoni a una pubblicità. Certo che può. Il punto è che anche quella è industria. Anche quella è mercato. Anche quella è esposizione costruita dall’alto. Solo che, quando passa attraverso una canzone nobile, sembra meno commerciale. Sembra quasi cultura.
Il paradosso è servito: il grande viene ripudiato quando si parla da intellettuali, ma torna straordinariamente utile quando serve a far rientrare le proprie canzoni nei salotti. Non è ipocrisia. È contraddizione. E le contraddizioni degli artisti intelligenti sono sempre più interessanti delle dichiarazioni perfette.
Anche perché oggi De Gregori ammette candidamente di non sentire più l’ispirazione per scrivere nuove canzoni da oltre dieci anni. Una sincerità che va rispettata. Nessuno può obbligare un artista a scrivere quando non sente più il bisogno di farlo. Però anche qui una domanda resta: se domani uscisse un suo disco di inediti, avrebbe davvero la forza di diventare un evento di massa? Avrebbe la stessa presa larga di un nuovo disco di Vasco? Avrebbe lo stesso effetto-memoria di un progetto di Baglioni?
Probabilmente no. E questo non cancella la sua storia. La mette semplicemente nel presente.
I numeri del presente sono impietosi. Vasco può ancora trasformare poche date in un assalto nazionale. Baglioni può costruire decine di concerti in scenari monumentali e venderli a peso d’oro come rito della memoria. De Gregori lavora sulla sottrazione, sulla rivisitazione del repertorio, sulle canzoni meno note, sull’intimità dei teatri, sulla vicinanza fisica con il pubblico. Tutto dignitosissimo. Tutto artisticamente rispettabile. Ma è un’altra cosa.
E allora sì: De Gregori ha ragione quando critica il gigantismo dell’industria musicale. Ma il rifiuto del gigantismo è molto più credibile quando il gigante potresti ancora riempirlo. Altrimenti, il rischio è che sembri l’espediente più raffinato per trasformare una fisiologica perdita di centralità in una fiera scelta poetica.
Questo non significa affossare De Gregori. Non significa togliere un solo grammo al valore immenso della sua opera. Significa solo smettere di fingere che ogni sua dichiarazione sia automaticamente una lezione impartita dal piedistallo.
A volte anche i principi parlano dal basso. Non sempre perché lo hanno scelto. A volte perché, semplicemente, il regno si è spostato altrove.

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