E tutto così chiaro.

A volte basta un passo, un movimento meccanico per colmare gli spazi e le distanze. Le paure becere, l’inadattabilità agli stadi nuovi, il timore di arrivare, inchiodano. Prendo appunti nella memoria, archivio veloce per non pensarci troppo per non considerare. E’ stato un girotondo come quando da bambini ci prendevamo tutti per mano e finivamo con i sederi a terra. Solo che il tempo dei giochi è passato, e quel gioco ora ha un altro significato. Annessi e connessi. Tutto questo voler razionalizzare, filosofeggiare, affinare la punta dei pensieri. Cosa resta poi dell’ultimo sorriso: “se tu lo avessi detto prima..”. Prima di quando, prima di cosa. Nell’inelluttabilità di uno sguardo o di un gesto. E allora lascia che sia così, tanto è sempre così che va, va come deve andare. E poi ci guardiamo dall’alto di una nuova stagione, con la rabbia di chi avrebbe dovuto scelte diverse per quel passato, complice silenzioso del risultato ottenuto, ma diverso da quello prefissato.Vorrei respirare il tuo cielo. Averlo addosso per un pò, fin quando lo stupore dell’inizio non ha perso ancora sfumature e contorni indefiniti. E prima che possa dire “però”, sarò già lontano, per vivere un’altra prima volta, una nuova ingenuità.

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