XII – Sara (seconda parte)

Quando hai un pensiero fisso, il resto è accessorio. Provi a dargli importanza, ma quello stesso pensiero sovrasta tutto, come uno schiacciasassi maciulla sotto il rullo qualunque altra cosa. Il Drago, il Drugo, Melania, Elisabetta, Carlo, i soldi e perfino mio padre: tutto era secondario rispetto a Sara.
Guardavo la mia stanza senza metterla a fuoco, Elisabetta su di me, ancora sonnecchiante. Sapevo che quello che stavo per fare era scorretto, ma non riuscivo a resistere, stavo letteralmente impazzendo o, forse, stavo impazzendo in una maniera diversa.
Furtivo come un gatto, ero scivolato dalle coperte e mi ero allungato fino all’ingresso a raccogliere la borsa di Eli. Con la mano mi ero fatto strada fra portafogli, assorbenti, sigarette, Amuchina, preservativi, chiavi, calze di ricambio, rossetti e un’altra marea di cazzi e ammazzi, fino a raggiungere – l’agognato – cellulare. Avevo scorso velocemente tutta la rubrica e, porca puttana, alla “S” di Sara ce n’erano due: Sara e Saretta. Mi ero appuntato velocemente tutti e due i numeri sul mio telefono e avevo riposto il suo. Da bravo, ero rientrato in camera mia e avevo fatto abbastanza rumore affinché lei si svegliasse per velocizzare la sua scomparsa da casa mia. So bene che il mio atteggiamento era stato quanto di più scorretto potessi, ma io dovevo rivedere Sara, assolutamente. Mia madre, perplessa, si era chiesta perché non avessi fatto rimanere Elisabetta a pranzo. Ovviamente non avevo considerato nemmeno lei.
Eravamo io e il telefono pronto ad essere utilizzato e provando ad usare un’ancora della nostra precedente conversazione, avevo inviato lo stesso messaggio a tutti e due i numeri, ovvero “Il tirchio ha una proposta”.
La prima risposta era arrivata immediatamente, un semplice “Scusa, chi sei?” e avevo supposto che fosse il numero sbagliato, nemmeno avevo replicato, ma mezz’ora più tardi era arrivata quella che aspettavo: “Nessun trucco potrebbe farti apparire quello che non sei, tirchione!”
Ridevo come uno stupido leggendo quel messaggio e messaggio su messaggio ero riuscito a strapparle un’uscita per il pomeriggio. All’inevitabile domanda “Eli, lo sa?”, avevo glissato alla meglio, in fondo, non mi sembrava mi stesse facendo alcun tipo di ostruzionismo e, sulla carta, Elisabetta ed io non stavamo insieme.
E così, una domenica di quelle in cui avrei creduto di diventare matto, in piazza Anco Marzio, una delle piazze storiche del litorale romano, io e Sara ci eravamo incontrati per un aperitivo.
Mi aveva raggiunto con il sorriso bello che non potevo fare a meno di godermi, cazzo, stavo diventando un sentimentale (tornando un sentimentale?): odio i miei momenti di romanticismo, non mi ci vedo. Un abbraccio sentito come quello della volta scorsa mi aveva distolto dalle mie seghe mentali.
Pure l’insicurezza, mi ci mancava.
«Non mi aspettavo di sentirti!» aveva detto lei fomenta a mille.
Era contagiosa, aveva un modo di fare insolito fra gestualità e atteggiamenti del corpo che non avevo mai incontrato prima. Singolare, anche nel prendermi sottobraccio. Antica, per certi versi.
Preso posto al Milk, un Crodino e uno Spritz più tardi, parlavamo di ogni cosa con una naturalezza disarmante. Inevitabile, che gli occhi mi cadessero sulle gambe scoperte sotto la gonna un po’ alzata – non abbastanza come avrei voluto – eppure non era ancora il sesso la motivazione che mi spingeva verso di lei, era più un’alchimia particolare che non riuscivo a decifrare e sentivo che lo stesso era per lei, altrimenti avrebbe limitato il mio agire, i miei contatti, le carezze leggere, gli abbracci. Mi sembrava – Dio mi perdoni per averlo pensato – che ci stessimo aspettando da sempre. Quando era ormai evidente ci trovassimo completamente a nostro agio, avevo deciso di interrompere l’appuntamento, affinché le rimanesse ulteriore voglia di rivedermi e volevo posporlo quel bacio, quel benedetto bacio che avrebbe dato l’inizio a tutto, ma non ce l’avevo fatta. Nei pressi del monumento di Pasolini, sotto un bel cielo, le nostre labbra, dopo una mia carezza spontanea, si erano trovate.
Io e Sara, eravamo partiti da lì.
Nero