XI – Sara (prima parte)

Prendi un giorno di merda fra i giorni di merda, puliscilo alla meglio, prendi un sorriso e – nonostante tutto – costruisciti una maschera, una facciata, sinceramente allegra. Prendi atteggiamenti e comportamenti da persona socialmente integrata, vestiti bene e mostra a tuo padre il figlio che avrebbe voluto. Non che provassi un affetto diverso da quello che avevo sempre provato nei suoi confronti, ma era pur vero che una notizia del genere ti destabilizza. La convinzione di eternità che mi apparteneva era venuta meno, così come la paura che anche io potessi ammalarmi presto o tardi. Non ci avevo mai pensato prima. Ero entrato a casa sua festante, con tanto di pasticcini presi in un bar lì vicino: era stata la mia prima volta a Trieste. Anita, la compagna di mio padre, non era niente male, non fosse stato che era coetanea di Vanessa. Entrato, mi aveva accolto quasi fossi un principe, in realtà mi sentivo davvero fuori luogo, lui era sul divano, con un ghigno più che un sorriso, si era alzato per darmi la mano e aveva ancora una buona stretta e tutto sommato un’ottima cera.
«Ciao papà.»
«Dovevo ammalarmi per farti fare un salto da queste parti, eh?»
Avevo fatto una smorfia simpatica, aveva ragione, d’altronde non lo sentivo vicino più di qualunque altra persona della sua età, non fossero stati i legami relativi ai ricordi, saremmo stati due perfetti sconosciuti.
«Dimmi pure tutto, qual è la situazione?»
«Dritto al sodo, eh? Comunque il tumore non è ancora in metastasi e quindi proveranno ad asportarne una parte.»
«Quando?»
«Prossima settimana.» aveva detto e sembrava non voler aggiungere altro al riguardo, cambiando repentinamente argomento. «Quanto ti fermi?»
«Riparto domani a mezzogiorno.»
«Vuoi dormire qui? C’è una stanza per gli ospiti che non utilizziamo mai, se vuoi…»
Non avrei voluto accettare quella proposta, ma la mia condizione economica mi impediva un altro tipo di scelta o meglio, avessi fatto un altro tipo di scelta, sarei rimasto a stecchetto per un po’.
«Bene, grazie…»
«Anita sta preparando la cena, aiutiamola ad apparecchiare.»
Avevo lasciato la borsa con le mie cose e mi ero soffermato a guardarlo cercando nei suoi lineamenti i miei. Il problema è che a me non andava di restare lì, volevo scappare, evadere, dal concetto di morte, porte chiuse, fine viaggi, Aldilà.
Ci eravamo messi seduti e aveva cominciato a snocciolare aneddoti di tutti i tipi relativi di quando eravamo ancora una famiglia, strappandomi anche qualche risata. Dopo cena avevo fatto uno squillo a Eli, che mi aveva inviato una moltitudine di sms ai quali non avevo risposto e poi – per associazione – avevo ripensato a Sara e non andava bene. Non andava bene che pensassi a qualcuna che nemmeno conoscevo e, soprattutto, non andava bene che non ci pensassi in maniera erotica. Avevo cercato di scacciare via la sua immagine con discreti risultati. Ero tornato a tavola, mio padre aveva tirato fuori una grappa barricata e l’aveva versata per entrambi.
«Non sono stato un buon padre lo so.» aveva esordito così, spiazzandomi e forse toccando l’unico discorso – oltre a quello della malattia – che avrei francamente evitato. «Credevo di riuscire a vivere tutta la mia vita con tua madre, con voi, ma la realtà è sempre più complicata dell’immaginazione con la quale costruiamo desideri.» aveva proseguito.
Avevo annuito, consapevole di tutte le volte in cui mi ero ripromesso di fare qualcosa concretamente e, invece, ponevo tutto all’abbandono delle cose lasciate metà.
«Nessuno è perfetto, non posso giudicarti, ovvio che da figlio, egoisticamente, avrei voluto tu rimanessi, ma ce l’abbiamo fatta lo stesso.» avevo detto senza bisogno di mentire, non mi sentivo di doverlo tutelare.
«Tua madre e Vanessa come stanno?»
«Insoddisfatte, come ognuno di noi, forse troveranno pace, forse no, è così che va la loro vita, è così che capita un po’ a tutti.»
Poi avevamo preso temi più leggeri, avrei potuto sottolineare tante piccole cose, eppure non me l’ero sentita ed ero andato oltre, per infine addormentarmi come un ragazzino sul quel letto sconosciuto. L’indomani, mi ero svegliato di buonora, ma dovevo comunque sbrigarmi per andare alla stazione, mio padre se ne era già andato per via di una visita all’ospedale, era rimasta soltanto Anita che mi aveva consegnato una lettera scritta da lui.
«Tuo padre è una brava persona.» aveva detto lei.
Avevo preso la lettera e non avevo neanche replicato, soltanto fatto un gesto di accettazione col viso, conscio che probabilmente lo era davvero e i suoi limiti, come i miei, erano dettati soltanto dai retaggi e dagli sbagli che commette qualunque persona. Prima di andarmene, le avevo chiesto di farmi sapere con esattezza del giorno dell’operazione, perché sarei tornato su a sincerarmi.
Il viaggio era stato decente, tuttavia quando in tardo pomeriggio ero arrivato a Termini e successivamente a Piramide, mi sentivo sotto tono e appoggiato ad un muretto prima che arrivasse il treno per Ostia, avevo aperto la lettera che mi aveva lasciato.
Di tante parole scritte, inevitabilmente, quelle mi avevano toccato riguardavano il passato e i nostri giorni sereni e di come, in fondo, avrebbe voluto vedermi crescere. A corredo, aveva messo un assegno da mille euro che in tempi di magra facevano proprio piacere. Proprio quando stavo per infilarlo nel portafogli, avevo sentito una sorta di mugugno dietro di me.
«Hai intenzione di farmi un regalo con quello?»
Mi ero voltato ed avevo trovato quei benedetti occhi verdi e quei denti bianchi e perfetti, quelli di chi non avevano conosciuto il giallo del fumo, delle canne, dei troppi caffè accumulati.
«No Sare’, sono tutti miei!»
«Quindi oltre che antipatico sei pure tirchio!»
«Aspetta.»
Lei mi guardava con quello stesso sguardo della volta scorsa che non riuscivo a tenere a bada e, a stento, avevo mantenuto la maschera del momento, infilato una mano in tasca e fatto cenno di darmi la sua.
«Ecco, così non puoi dirmi che sono un tirchio.»
Sara aveva contato gli spicci che le avevo dato.
«Neanche un euro! No no Roberto, non ci siamo!»
«Nero, per te sono Nero.»
«Per me sei chi voglio, chiaro?»
Teneva il punto battuta su battuta. Le avevo domandato come mai fosse lì e mi aveva spiegato di essere stata a lezione e che stava appunto rincasando. Di mio avevo replicato dicendole che era tempo sprecato, che non ce l’avrebbe mai fatta a laurearsi, non avendone le oggettive capacità intellettive. Aveva tentato di picchiarmi, ma eravamo piuttosto stretti, dunque si proponeva di farlo non appena saremmo giunti ad Ostia. Lungo il percorso le avevo raccontato di mio padre, della malattia e dell’operazione e pareva fosse interessata davvero alla situazione o comunque molto suggestionata.
«Andrai da solo il giorno dell’operazione?»
«Sì, penso proprio di sì.»
«Nessun parente? Nemmeno Elisabetta?»
«No, preferisco di no.»
Arrivati a fine viaggio, ci stavamo avviando per prendere due autobus diversi.
«Stai su eh?»
«Sto sempre su.» avevo detto ammiccando, relativizzando la cosa al mio amico in disuso per ragioni onerovli.
«Idiota.» aveva detto e un impeto mi aveva stretto, così, in un giovedì pomeriggio, lasciandomi intuire la gradazione del verde dei suoi occhi prima che si chiudessero, l’odore di mela dei suoi capelli, il contatto di una pelle che sentivo familiare, il calore di un abbraccio che non avrei voluto finisse: sapevo quello che era accaduto e lo sapevo perché c’ero già passato con Elisabetta.
Sapevo che sarebbero stati cazzi.
Nero

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