X – Prima di lei (quinta parte)

Non è esistita soltanto Sara nella mia vita, io esistevo da ben prima di lei, da prima che il suo calore mi fottesse alla grande in un giovedì pomeriggio: d’altronde se era prima era prima. Negli anni successivi all’incontro con Marco, avevo intavolato una serie di rapporti take-away che mai avrei creduto possibili. Mi erano stati forniti i mezzi per vivere quello che volevo e non facevo che sfruttarli e appena raggiunto lo scopo (leggasi svuotato), tornavo alla mia vita o a quella che mi pareva essere tale. Prendevo quello che mi serviva e andavo via, ricomparendo solo quando non c’erano alternative migliori o le mie fantasie sessuali domandavano di una determinata persona. Qualcuna aveva intuito e mi aveva voltato prontamente le spalle sentendosi usata, qualcun’altra – con meno orgoglio – aveva accettato il gioco, provando anche a comprare i miei sentimenti. Popolavo gli alberghi, mi svegliavo in case che non conoscevo, fra lenzuola macchiate e disfatte, girando ogni angolo di Roma con la mia fidata Twingo. Ero stato con donne di tutti i tipi, conosciute al supermercato piuttosto che in discoteca, qualunque fosse il luogo, io ero lì che ci provavo, che tentavo un approccio: rispetto alla rassegnazione tipica di altri uomini, io ero iperattivo, non me ne fregava un cazzo di un due di picche, di una brutta figura, io dovevo farlo, avviare quantomeno un dialogo ed infine sedurle. Sposate, fidanzate, single, più grandi, più piccole, sognatrici, complessate, femministe, insoddisfatte, passionali, romantiche. Non mi fermavo davanti a nulla e il cuore mi serviva solo per pompare sangue per far crescere il mio amico nel basso ventre.
Marco – involontariamente – aveva creato una macchina schiaccia sentimenti, tanto che ci eravamo persino scontrati in alcune circostanze, perché non accettava più il mio modo di essere. Per lui togliersi qualche sfizio con l’altro sesso era legittimo, ma doveva essere finalizzato all’avere accanto la migliore persona possibile.
«Ti brucerai.» aveva detto durante l’ultima chiacchierata, perché finimmo con l’allontanarci: espresse le nostre differenze di pensiero, ognuno aveva preso la propria strada.
Da lui, ero stato in grado di apprendere tutto quello che c’era da apprendere, come una spugna avevo assimilato ogni venatura di quelle sue teorie e le avevo rese mie, interiorizzandole e applicandole in base ai contesti e ai desideri. Facevo parte di una casta ristretta e non volevo perdermi nemmeno un’occasione. In fondo, anche se con un intento diverso, avevo raggiunto l’obiettivo che si era proposto.
Melania, durante quel quinquennio o poco meno, aveva cambiato più di un uomo – non si mostrava molto diversa da me – con la scusa del grande amore che non arrivava; il Drago – impegni del bar a parte – era con me e a lui si era aggiunto pure Carlo, quest’ultimo non proprio fra i più svegli, ma in grado di fare la sua parte; il Drugo, invece, si era sposato con Teresa, la donna storica, e avevano avuto pure un figlio, anche se la “famigghia”, come la chiamava lui, non gli aveva impedito di proseguire la sua passione bianconera.
A casa proseguiva l’andirivieni, ma le cose si stavano a poco a poco evolvendo, mia madre era sì ancora bella, ma i segni del tempo cominciavano a pesare pure su di lei e tutto quello che voleva, era proprio quello che non riusciva a trovare: l’amore.
Rientrando, una sera, l’avevo sentita piangere dalla sua stanza, pensavo fosse il caso di ignorarla, con la speranza che le passasse presto, tuttavia non ero stato capace di resistere e mi era sembrata veramente al limite, buttata lì, ai piedi del letto, come uno straccio usato per lavare chilometri di pavimenti.
«Dai mamma, alzati.» avevo detto con il massimo della dolcezza di cui potevo disporre.
«No… non ti preoccupare…» aveva risposto impastata dal pianto e dal catarro delle troppe sigarette fumate.
L’avevo sollevata di peso, tolte quelle ridicole scarpe rosse col tacco troppo alto a nascondere le calze smagliate sull’alluce.
«Stasera la cena la preparo io, rilassati.»
Avevo preso i fazzoletti dal bagno, non sapevo propriamente cosa fare, forse ascoltarla, forse esserci solamente. Non ero mai stato bravo a fare il figlio. Da quella volta molte cose erano cambiate, mia madre aveva smesso di portare uomini a casa, quasi fosse stato un tacito accordo, anche se il nostro dialogo non era migliorato, probabilmente si era resa conto che quell’atteggiamento faceva del male a lei e ne aveva fatto anche a me e Vanessa, fin tanto era rimasta con noi.
Una domenica sera che ero a cena da Melania, il Drago mi aveva chiamato con insistenza, credevo si trattasse della solita chiamata utile per accordarci per il giorno dopo, per dargli una mano al bar, ma mi sbagliavo.
«Hanno arrestato il Drugo.» aveva detto.
Colluttazione fuori allo stadio e coltellata ad un tifoso della squadra avversaria che si ritrovava in fin di vita.
Il tizio fortunatamente si era salvato, ma il nostro storico amico era stato condannato a sette anni di carcere per tentato omicidio. Ero andato a trovarlo, chiaramente, ma più che dispiacere per la sua situazione, dietro a quel vetro che ci separava, provavo rabbia: come aveva fatto a non rendersi conto di quello che stava combinando? Dov’era il confine che delimitava l’essere tifoso dall’essere un assassino? Era depresso e non poteva essere altrimenti. Non potevo farci niente. Alcuni giorni più tardi, un’altra non buona notizia mi aveva scosso, mio padre mi aveva chiamato, semplicemente per dirmi che aveva un tumore ai polmoni, niente di che. Elisabetta, che era tornata sui suoi passi, provava a starmi vicino, mentre cercavo di costruirmi un nuovo equilibrio. Non eravamo tornati insieme, non nel senso che fino ad allora avrei dato al termine insieme, però c’era con buona costanza. Non mi giustificavo per le altre che vedevo e sapeva che non era nella posizione di poterlo fare, non le avevo promesso nulla di nulla. Nel limbo strano di apnee che lo stesso erano le mie sicurezze, un pomeriggio in cui passeggiavamo per via delle Baleniere, incontrammo questa sua amica.
«È lui il famoso Nero?» aveva domandato scherzosa.
«Sì, è lui.»
«Serve un autografo? No, perché non ho una penna.» avevo detto intervenendo.
Era bella santo Dio, non nel senso assoluto di bello, ma aveva qualcosa in quello sguardo che mi provocava come con altre non mi era successo (e dire che di altre ne avevo una bella collezione) come se riuscisse a passarmi da parte a parte. Aveva anche un gran bel culo, diciamocelo. Gli occhi verdi, i capelli biondi e lisci sulle spalle erano un notevole contorno all’impeccabile resto.
Aveva allungato la mano e mi aveva sorriso: mi si era spalancato un cazzo di mondo.
«Sara, piacere.» aveva detto e in quella stretta c’era l’inizio dei miei guai futuri.
Nero

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