VIII – Prima di lei (terza parte)

Non è esistita soltanto Sara nella mia vita, io esistevo da ben prima di lei, da prima che il suo abbraccio mi fottesse alla grande un giovedì pomeriggio: d’altronde se era prima era prima.
Elisabetta aveva lasciato dei segni. Tutte le persone lasciano dei segni, anche la più insipida, la più stupida. Una sensazione, un suono, un concetto, un odore, un modo di fare, una smorfia. La storia con lei mi aveva spiegato a gran voce che amare e fidarsi ha un costo che a volte non si è in grado di sostenere. Io pagavo a rate. Avevo imparato la lezione. Avevo vissuto attimi di smarrimento, mi sentivo emarginato da qualsiasi contesto – a tratti solo – non congruo con l’altra gente intorno. D’altronde anche se conoscevo tante persone, non avevo mai stretto veramente con nessuno. Col Drugo ci eravamo allontanati, era entrato in un circolo strano e non riuscivamo a recuperare quell’immediatezza di rapporto che avevamo. Si preparava per ogni partita della sua adorata Juve e il venerdì sera spariva e riuscivamo a vederci soltanto a settimana iniziata. Drago era decisamente più presente, fin tanto non aveva aperto coi suoi il bar al centro. Melania faceva coppia fissa con un tipo di Novara che si era trasferito a Roma, aveva perso letteralmente la testa ed il nostro tempo insieme era sempre di meno. Eravamo io e Roberto o io e il lato più malinconico di Nero.
Forse ero depresso, forse – per un certo periodo – avevo creduto che la vita fosse soltanto sofferenza. Entrato nell’età adulta, il pessimismo cosmico leopardiano non mi sembrava un’idea tanto astrusa. Facevo lavoretti saltuari, avevo tentato la carriera militare, ma ero stato respinto per via di un soffio al cuore che comunque nel vivere quotidiano non aveva mai influito. Mia madre, nell’unico momento in cui si era ricordata del proprio ruolo, mi aveva fatto incontrare la sua analista, ma visto che molti dei problemi che venivano fuori nascevano a causa sua, avevo smesso di andarci. Mio padre, nemmeno a dirlo, era telefonate dovute e gli alimenti che ancora – al di la di tutto – ci garantiva. Vanessa era troppo presa dalla sua missione di “mamma stressa figli” per prendere in considerazione la mia situazione.
Puzzavo di merda stantia, di una merda che veniva da dentro e smuoverla non creava una fragranza migliore. Non vedevo luce, mi chiudevo a casa e annaspavo nelle mie giornate piene di niente. Non mi masturbavo nemmeno più, non mi interessava il sesso, lo vedevo come accessorio, sommario. Se c’era un limite alla salita che percorrevo, io non la scorgevo. Il suicidio non era più un’eventualità tanto remota. Se quello doveva essere vivere, allora tanto valeva salutare tutti con un’uscita ad effetto. Avevo comprato anche le lamette nuove per tagliarmi le vene, quasi che farlo con quelle che usava mia madre per i calli avrebbe comportato chissà quale malattia. A tagliare avevo tagliato, ma me la sono fatta sotto e piagnucolante avevo stretto la ferita che fortunatamente era abbastanza superficiale. Così avevo iniziato a massacrarmi di canne, acidi, pasticche con diversi effetti collaterali, se ero in un altro mondo potevo non pensare al mio.
Un uomo senza palle, ecco cos’ero, qualunque cosa provassi a fare non mi riusciva, potevo soltanto scappare da me. Credevo che vivere di momenti mi avrebbe fatto bene, invece si sommavano solo momenti negativi a momenti negativi e il tutto peggiorava. Ero diventato un povero inetto. Più di una persona mi aveva detto che soltanto il dolore poteva apporre i cambiamenti più significativi e forse ero arrivato davvero al limite, perché era arrivata la svolta anche per me.
Ero dal Drago, al bar, voleva propormi di lavorare per lui, aveva capito che avevo bisogno di una mano concretamente, in un fine estate di non mi ricordo più quale anno. Una ragazza, chiedendomi un’informazione si era intrattenuta a parlare con me, tuttavia dopo pochi istanti eravamo stati interrotti.
«Il body language è anche buono, ma dovresti mantenere gli occhi fissi nei suoi mentre le parli e muovere le mani in maniera coerente rispetto a quel che racconti per enfatizzare i tuoi discorsi e coinvolgerla maggiormente.»
Mi ero voltato nella direzione della voce, non avevo afferrato, un po’ come in passato non afferravo i monologhi di Elisabetta, un po’ come ormai facevo difficoltà ad afferrare qualsiasi cosa. Il tizio, sulla quarantina, aveva un sorriso divertito in bella mostra, quello di chi sa quello che dice.
«Scusa?»
«Non vai male, ma puoi fare di meglio. Tu sei quello che alcuni definirebbero un natural
Ignorando completamente la tizia davanti a me, aveva preso posto su di una sedia libera.
«Ti sei mai chiesto perché alcuni uomini pur non essendo belli in senso assoluto sono pieni di donne?»
Non avevo risposto, non prontamente come avrei voluto e la tipa aveva spalancato gli occhi e si era mossa per andare.
«Senti, io vado, grazie per le informazioni!»
Ero lì, pronto per dire “aspetta, ma chi lo conosce questo!” che il tizio era di nuovo intervenuto.
«Sì, è meglio se vai, ciao.»
Stavo per dire qualcosa ma mi aveva fermato.
«Oggi è il tuo giorno fortunato.» aveva aggiunto un istante dopo
«Mi sarebbe sembrato più fortunato se non l’avessi lasciata andare…» avevo replicato sentitamente.
«Marco, piacere.»
È proprio vero, il mondo è pieno di matti, ma in quell’occasione, anche se credevo di aver incontrato il re dei folli, dovetti ricredermi, avevo appena incontrato la persona che mi avrebbe salvato il culo. Forse Dio – per la seconda volta – si era sentito in debito con me.
«Piacere, Roberto.»
E quella stretta di mano, aveva sancito una crescita ed un’evoluzione che per anni mi avrebbero permesso di essere ai vertici della mia vita, come altri si sarebbero soltanto potuto sognare, poi era arrivata Sara: ma prima di Sara c’è un prima e ci sarà anche un dopo.
Nero

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