VII – Prima di lei (seconda parte)

Non è esistita soltanto Sara nella mia vita, io esistevo da ben prima di lei, da prima che il suo sorriso mi fottesse alla grande un giovedì pomeriggio: d’altronde se era prima era prima.
Dopo Marzia, consapevole che ero un uomo con dei genitali funzionanti (e parecchio attivi) ho iniziato a testare altre situazioni, finché, anche io, non sono capitolato nella mia prima relazione importante, qualcosa come cinque anni di relazione importante. Un lustro, mica spicci.
Elisabetta era un paio d’anni più piccola di me, ma aveva un culo che – a ripensarci ancora oggi – mi fa rendere conto che la natura compie dei veri e propri miracoli di genetica. Era tanto perfetto che toccarla mi pareva quasi immorale: sensazione che è durata solo venti secondi eh. Potevo stare ore e ore a guardarlo soltanto per appagarmi gli occhi. Tante volte l’osservavo dormire, ma non osservavo lei, osservavo quelle rotondità così esatte. Il nostro incontro, il nostro primo stupendo incontro, era avvenuto a scuola, ovviamente parlo del mio primo incontro con le sue chiappe (lei l’ho conosciuta diverso tempo dopo), camminava lungo il corridoio e non ho potuto fare a meno di fissarle.
Poi durante un’assemblea d’istituto era intervenuta e le avevo detto una stronzata sul decadimento del nostro Paese – era una compagna convinta – ha così sfilato una tiritera di impropri sulla politica del momento, sull’entrata in gioco di Berlusconi, su di una sinistra pigra e ruffiana: praticamente gli stessi luoghi comuni che si sentono oggi. Era una macchinetta: bastava darle il via e proseguiva da sola imperterrita per ore. Con la scusa delle manifestazioni e dell’occupazione, ci eravamo ritrovati a stringere il nostro rapporto e una notte, una notte che passammo a scuola, in disparte rispetto agli altri, ci baciammo. Subito dopo, stava quasi per allontanarsi e riprendere i soliti discorsi sul sociale, incredibile. Allora mi ero opposto, fisicamente opposto, avevo chiuso la porta dell’aula e l’avevo sbattuta sulla scrivania.
Cristo che momenti di adrenalina.
Con rapidità e con un desiderio che si era prolungato per diverse settimane, l’avevo spogliata, leccata e succhiata in ogni modo possibile ed era un piacere – finalmente – sentirla ansimare e non blaterale sui disagi che il PIL ci avrebbe arrecato negli anni a venire. Mi ricordo le sue gambe sulle mie spalle, il mio affare incorniciato fra le grandi labbra – la depilazione non era il suo forte – e ore e ore di sesso appassionato, quello che non te lo dimentichi quando torni a casa, quello che ti ci masturbi sopra per quanto ti ha eccitato.
Straordinariamente, nei giorni seguenti, riuscimmo a comunicare anche su altro e un pomeriggio come tanti, nell’intanto che attraversavamo via del Corso, si era fermata e aveva detto: «Robe’, per via dell’interazione e delle affinità emozionali che abbiamo, forse dovremmo valutare l’ipotesi di avviare una relazione a medio o lungo termine, una relazione che ci permetta di costruire delle basi future per una possibile riproduzione dei nostri geni, non credi?»
Silenzio.
Mi era sfuggito qualcosa, più di qualcosa, me l’ero guardata interdetto e avevo risposto: «Eh?»
Elisabetta aveva scosso la testa sconsolata e ci aveva riprovato: «Non sei d’accordo?»
E io che proprio non la capivo, avevo replicato con un: «A fare?»
Pure se con evidente ritardo, le mie sinapsi dovevano aver afferrato: mi stava proponendo di metterci insieme. La mia risposta, affermativa, era arrivata con un bacio, ma non prima di aver riflettuto su tutte le opzioni possibili, conscio che il Drugo e il Drago mi avrebbero preso per il culo a vita: Nero fidanzato. Inoltre riflettevo sul concetto di fedeltà: ce l’avrei fatta? Avrei potuto garantire questa missione? Avrei potuto dire di no alle occasioni di passera che mi avrebbe fornito la vita? Avrei potuto plagiare la mia libertà mentale? Avrei potuto rinunciare a tutto questo?
Mi ero fatto coraggio, facendo leva su quel culo tanto perfetto e mi ero detto di sì, non senza ansie, ma sì, quel culo meritava un’occasione.
Da quel pomeriggio erano passati cinque anni, cinque anni non semplici, fatti di tante difficoltà, di discussioni, di bugie, di nervosismi, di idee diverse, ma anche di ottimo sesso, di vacanze, di promesse, di sentite allegrie e piccoli sogni che non avrei mai pensato di poter sognare. Fino al giorno in cui tutto era ineluttabilmente finito.
Una mattina avevo incontrato un amico che non vedevo da un po’ di tempo, Michele, avevo capito subito che mi nascondeva qualcosa dall’espressione che aveva e avevo capito che non erano buone notizie, perché cercava di evitare il mio sguardo, allora l’avevo strattonato e mi aveva salutato con la bocca piegata come fosse una “u” rovesciata.
«Che problema abbiamo?»
«Ma niente Ne’, che vai a pensare?» provava ad eludere.
«Lo scopro da solo?»
Forse si era reso conto della situazione o forse il peso che si portava appresso non era più sostenibile, ma con poche parole mi aveva detto tutto quello che avrei dovuto sapere.
La stessa sera mi ero visto con Elisabetta. Come al solito l’aspettavo alla stazione al rientro dell’università. Io l’università non sapevo manco com’era fatta, Michele però lo sapeva bene.
Aveva risalito le scalette della stazione di Ostia e aveva già capito tutto anche lei.
«Ti posso spiegare…» aveva detto, ma non ce n’era bisogno, non sarebbe servito a nulla.
«Senza rancore, ora puoi farti scopare da chi vuoi senza prendermi per il culo.»
Me ne ero andato lasciando lì per terra una busta con le cose che aveva portato a casa mia di volta in volta, di giorno in giorno.
A modo mio, ero stato innamorato di Elisabetta, era stato un legame tanto profondo da permettermi di fidarmi di lei, come fino ad allora mi ero riuscito soltanto con il Drugo e il Drago.
Credevo comunque di essere saturo anche io della nostra storia, ma mi sbagliavo: qualche giorno dopo ho avuto delle botte di nostalgia che non mi sarei mai aspettato, tanto da ritrovarmi a piangere come un cretino ascoltando le nostre canzoni, così mi ero ripromesso di non innamorarmi ancora, di non piangere ancora, di non crederci di nuovo e tornare a vivere una vita fatta di momenti, perché se vivi il momento non hai aspettative. Perché le persone non ci appartengono, sono nostre se non dai loro il controllo che vogliono. E ci ero riuscito, non ho pianto e rimpianto più. Finché non era arrivata Sara: ma prima di Sara c’è un prima e ci sarà anche un dopo.
Nero

Leggi il paragrafo successivo: VIII – Prima di lei (terza parte)