V – L’epitaffio

La domenica è il giorno del collasso dei sensi, il commiato alla mia voglia di vivere, la chiusura dell’empatia, un orgasmo strappato quando stavi proprio per venire: praticamente la domenica mi cadono i coglioni e mi trascino quasi fosse l’unico modo di esistere, mi prende male come se avessi un calo glicemico. Non è stato sempre così, comunque. Da bambino me la godevo e pure parecchio. Forse è colpa dei miei genitori, mi avevano abituato bene, c’era un ambiente diverso, c’era una serenità diversa, c’era una vita diversa e non c’erano tacche mentali da incanalare nella giusta direzione per evitare di stare male. Mi ricordo che ci portavano spesso alle giostre o si facevano gite fuori porta, roba da Mulino Bianco, si partiva sul presto con la vecchia Fiat Ritmo. Ci portavano, perché portavano pure mia sorella, che si scazzava, ma veniva lo stesso. Vanessa in prima media stava con uno di terza, aveva già assecondato la propria natura da rizza cazzi, ma si amavano eh, si scambiavano i diari e si riempivano di cuori e frasi zuccherose prese dai film e dalle canzoni di Baglioni, Venditti, Ramazzotti e tutto il mucchio di cantanti romantici che non ho mai sopportato e poi facevano la ricreazione insieme, mica spicci. Un’amarezza a pensarci, però ero contento, perché mi straviziavano. Un giorno, al luna park dell’Eur, portammo pure lui. Non mi stava antipatico, non mi stava simpatico, non me ne fregava niente, mi fregava riempirmi di schifezze e fare ogni cosa divertente che c’era da fare. Si creava un po’ un’aria di educazione a tutti i costi, da parte dei miei, perché con gli altri – pure se si trattava di un ragazzino – volevano dimostrare di essere la famiglia perfetta. Mio padre indossava addirittura la giacca buona. Ecco, in quel periodo eravamo una famiglia, nel senso in cui ti aspetti che una famiglia dovrebbe essere. Non è durata molto, i miei si sono lasciati il giorno in cui ho compiuto sedici anni. Vanessa se n’era sbattuta, lei già ventenne manco aveva salutato ed era uscita col coatto che le girava intorno e che l’ha messa incinta due volte, io, invece, me ne ero rimasto lì con la torta davanti a pensare che non ci fosse proprio un cazzo da festeggiare. Così, da allora, il mio compleanno non ha celebrato me, ma il giorno della fine del loro matrimonio.
La cosa che mi hanno insegnato tutti e tre, è che il grado di egoismo al quale può arrivare una persona non ha limiti e visto che anche la tua famiglia pensa ai propri interessi, non ha senso che io mi interessi a loro.
Ho visto transitare gente per casa che manco vivessimo a Termini, ovviamente di domenica, visto che è il giorno di riposo di mia madre, e non so se mi abbia fatto più schifo sentirla godere con l’ospite del momento o il viso paonazzo con il quale usciva dalla stanza da letto.
Mio padre ora ha sessant’anni, vive al nord e si gode la vita che ha voluto fare, ovvero non ricordandosi di noi, se non con gli assegni dovuti, Vanessa ha pensato bene di sposare quella sottospecie d’uomo credendo che fosse una via di fuga, mentre ha trovato soltanto nuove frustrazioni che scarica su chiunque le capiti a tiro.
Quindi la domenica sono sempre insofferente, mi alzo più tardi che posso e vado a dormire prima che posso, non voglio sapere chi entra o esce dalla porta di casa. Quasi sempre mi autoinvito a pranzo di qualcuno o di qualcuna, oggi – per dire – ho accettato l’invito di Melania, so che con lei non ci saranno paranoie ad assalirmi e poi cucina da spaccarsi lo stomaco. Spero solo che non riprenda il discorso Sara/uomo ferito, perché oggi non ce la potrei fare, anche perché Sara è stata finora l’unico antidoto alla domenica.
Nero

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