IX – Prima di lei (quarta parte)

Non è esistita soltanto Sara nella mia vita, io esistevo da ben prima di lei, da prima che il suo odore mi fottesse alla grande in un giovedì pomeriggio: d’altronde se era prima era prima.
Marco sapeva quello che faceva e lo invidiavo, perché continuavo a rantolare nel buio del tunnel infinito della mia depressione e non vedevo luce. Ogni gesto, ogni parola, erano perfettamente in linea con la sua personalità che pareva capace di tutto e di niente allo stesso modo e questo mi affascinava e mi urtava: si trovava a suo agio qualunque fosse la condizione.
Inizialmente, ero stato scettico davanti ai suoi racconti, davanti alle sue spiegazioni, ma una sera in cui era venuto a trovarmi, beh, dovetti ricredermi.
«Fatti la barba e vestiti decentemente, esci dal tuo stato di reclusione, te lo stai imponendo da solo.» aveva quasi ordinato a fine telefonata.
Nella baraonda di gente che entrava e usciva e il vociare intenso e le mie palle girate, avevamo preso posto all’interno del Boa, un pub sul lungomare di Ostia. Due chiare, olive, i miei sguardi fuggevoli e una domanda che non aveva ancora risposto come avrei voluto: perché io, perché me.
Aveva sorriso, col tipo di sorriso che mi faceva sentire piccolo, inadatto, inadeguato.
«È più forte di me: se vedo qualcuno che ha del potenziale e non lo sfrutta, m’incarto finché non tira fuori il meglio di sé e lo mette in gioco.» aveva spiegato passando una mano sui capelli corti e scuri.
«Ma tu non mi avevi mai visto e non mi conoscevi, come potevi sapere?»
Aveva sorriso ancora e mi sentivo stupido.
«I tuoi sguardi, il modo di tenere le spalle, l’attenzione che davi a qualsiasi parola pronunciasse quella ragazza, il timbro della voce, la direzione dei piedi, il modo in cui muovevi le mani, la tua respirazione, il tuo linguaggio del corpo in generale, mi ha mostrato una persona con buone intuizioni, ma senza un reale costrutto dietro: è evidente che hai interiorizzato degli schemi che oggi per te sono istintivi, ma che non riesci a sfruttare come vorresti, perché non ne comprendi l’utilizzo.»
Avevo sorseggiato un po’ di birra, me l’ero guardato di traverso.
«Ma tu cosa saresti?»
Non aveva impiegato troppo tempo a rispondere, doveva essere una domanda che gli avevano posto più e più volte.
«Sono uno che ha studiato e studia le dinamiche sociali e comportamentali per aiutare gli sfigati a migliorarsi e rapportarsi con le nostre amiche donne.»
«Un missionario del rimorchio?» avevo domandato sarcastico.
«Qualcosa del genere, ma dimentica stronzate tipo Hitch, buon film per certi aspetti, ma non spiega niente nel concreto.» aveva precisato.
«Uno psicologo della seduzione?»
«Guarda.»
Si era alzato col la pinta in mano e si era diretto verso il bagno appoggiando il bicchiere – senza dire una parola – sopra il tavolo di due ragazze lì vicino. La reazione di queste era stata prima di sorpresa, poi turbata e infine si erano lasciate andare ad una risata, dandogli del pazzo come avrebbe fatto chiunque, tuttavia Marco non poteva sentire, era già al di là della porta. Qualche minuto più tardi era uscito dal bagno e si era diretto nuovamente nella loro direzione, aveva espresso qualcosa che non avevo colto, si era messo seduto e avevano avviato una conversazione. Qualche minuto di chiacchiere ancora e si era voltato dalla mia parte, quella alla sua destra mi scrutava mentre Marco continuava a parlare disteso. Dieci minuti dopo avevamo istituito un solo tavolo creando una simpatica e allegra compagnia: inconcepibile.
Marco snocciolava aneddoti con maestria, fra cambi tonali, gesti semplici e mimiche facciali ed in tutta risposta raccoglieva un sincero interesse da parte delle due ragazze. Volevo essere come lui, perché era carismatico come io non mi ero mai sentito di essere. A fine serata, dopo due birre e risate sguaiate che iniziavo a mal digerire, Marco aveva espresso il desiderio di andare e le avevamo salutate lasciandole, incredibilmente, con l’amaro in bocca.
Chiusa la porta alle spalle, l’avevo praticamente assalito.
«Come diavolo ci riesci? Non me la sono mai cavata male, ma tu cazzo sei un portento!»
«Allora, hai intenzione di fidarti o no?»
«Ovvio!» avevo replicato prontamente. «Ma cosa gli hai detto quando sei ritornato al tavolo a prendere la birra?»
«Posso?»
«Scusa?»
«Posso!»
«Cioè?»
Marco rideva.
«Praticamente con il “posso?” ho chiesto se mi potevo accomodare, ma mentre loro credevano mi riferissi alla birra, io mi sono seduto.»
«Tu sei matto!» avevo esclamato convinto, pensando alla faccia tosta che ci voleva nel fare qualcosa del genere. «E non ti hanno mandato via?»
«Mi sono presentato e ho chiesto loro un consiglio ed un favore.» aveva proseguito.
«Tipo?»
«Ho detto: “ho un amico con un problema di cuore, non è niente male, ma crede che nessuna possa essere come la sua ex, per cui, visto che mi sembrate due ragazze sveglie, mi farebbe piacere se mi aiutaste a convincerlo del contrario.” poi ti ho indicato, una delle due deve averti trovato interessante e il resto è stato motivarle ed elogiarle prima di chiamarti al tavolo.»
«Ma come…»
«In questo modo ho spostato l’attenzione da me a te, non ero più io il problema, capisci? Abbiamo fatto gruppo per “aiutarti”, le ho fatte sentire all’altezza di fare qualcosa, di risolvere il tuo problema.»
«Pazzesco…»
«Non proprio, vedi Roberto, le donne hanno una logica diversa dalla nostra, è suddivisa fra sfera emozionale e sfera razionale, se riesci a parlare a entrambe crei quello che si chiama rapport.» aveva sciorinato ed io pendevo dalle sue labbra. «E in questa maniera non vieni avvertito come una minaccia, pure se sei un completo sconosciuto, si sentono “in sintonia” con te.» aveva continuato aprendo lo sportello della sua auto.
«Non ci posso credere…»
«Ti dirò di più: la mora avrebbe chiuso tranquillamente la serata a cavalcioni con te, mentre parlavamo ti guardava spesso e cercavo il contatto fisico per spronarti ad intervenire. Non voleva soltanto rassicurarti che ci sono donne migliori della tua ex, capisci?»
«Ma allora perché siamo andati via!»
«Perché per portare a casa il risultato c’è tempo, devi prima essere in grado di fare quello che faccio io e presto o tardi lo sarai.» aveva sentenziato lui e lo stomaco mi si era annodato.
«Impossibile, io andrei incontro ad un due di picche sicuro, così.»
«La seduzione è un gioco, la vita stessa è un gioco, se non partecipi sei costretto a raccogliere le briciole che ti lasceranno gli altri, non credo tu voglia questo.»
Era ormai in macchina e aveva abbassato il finestrino.
«Hai ragione, posso tentare anche io.»
«Ce la farai, ci sentiamo in questi giorni.»
Ero perplesso, avessi potuto, non l’avrei mai mandato via dopo la scoperta di quell’universo fino ad allora tanto estraneo.
«Un’ultima domanda…»
«Dimmi.»
«Perché loro due e non le altre del locale?»
Si era acceso una sigaretta.
«Perché devi saper osservare l’ambiente intorno. C’è quella in attesa di qualcuno, c’è quella che si è truccata poco perché non vuole rotture e vuole mostrare di essere diversa, c’è quella che controlla in continuazione il telefono, c’è quella che si guarda intorno, c’è quella che ha voglia di divertirsi, quella che è tampinata e così via. Loro erano quelle che questa sera erano uscite sperando di incontrare qualcuno di interessante, qualcuno che non andasse lì a dire due idiozie, qualcuno che le coinvolgesse.»
«Dovrò imparare anche ad osservare quindi.»
«Esatto.»
«Marco, grazie davvero…»
Marco aveva fatto un cenno con la testa ed era partito. Più ripensavo a quel che avevo visto e sentito, più non mi rendevo conto di quanto fosse incredibile. Nelle settimane successive affrontammo ogni sfaccettatura possibile, partendo dalla sicurezza e accettazione interiore, passando dalla comprensione delle riflessioni che effettuiamo rispetto a quanto viviamo, fino a raggiungere il culmine analizzando il nostro comportamento rispetto agli altri, uomini o donne che fossero. I risultati non tardarono ad arrivare, il mio male di vivere era uno sbiadito ricordo, ogni giorno un’avventura e un gioco, un divertimento, ero padrone delle mie azioni, ero responsabile di me stesso. Mi sentivo imbattibile, indistruttibile, un supereroe, un supereroe che dopo alcuni anni avrebbe incontrato il suo peggior nemico, in un giovedi pomeriggio: ma prima di Sara c’è un prima e ci sarà anche un dopo.
Nero

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