Filamenti di pensieri,

domande che si contrappongono a risposte, perché le risposte non sempre piacciono, non sempre sono in linea con i desideri stratificati giorno per giorno. Ogni volta un incontro, occhi sconosciuti ed occhi familiari. In sottofondo, quella vocina che ha sete di sapere.
Parlami di te, della tua vita, dei viaggi interiori che ti fai, dell’appagamento reale o fittizio che hai.
Quali scuse inventi per vivere la vita che vivi?
C’era un non so che di forzato nelle interazioni che ho portato avanti a lungo, come se dovessi adattarmi al ruolo, alla parte al contesto.
Ho imparato a dire basta.
Volevo qualcosa come tutti e lo volevo al di sopra di tutto, l’ho avuto, però mai fino in fondo. Ero costantemente lì, perseverante, a chiedermi se sarebbe stato opportuno sopportare ancora, oppure lasciare, dimenticare.
Ho una casa a forma d’uomo, in evoluzione, come ognuno dei pensieri che porto a spasso, ciononostante di spazio per le mie malinconie ce n’è in abbondanza, per le allegrie no, quelle sono tante di più, incredibilmente.
Chi pensava di aver capito, infine, non aveva capito nulla.
Avrei voluto trattenerlo, quel respiro. Quello dello sguardo che pare inchiodare il tempo, facendo sussultare il cuore.
Tutto è costretto a passare, volente o meno.
Anche noi.

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